De Niro e la paura dei vaccini

ritratto di Roberto Satolli

Il documentario che attacca i vaccini per il rischio che provochino l’autismo non è stato presentato al Tribeca Festival organizzato da Robert De Niro a New York dal 13 al 24 aprile. Ed è un bene che sia finita così. Ogni volta che si parla di questa faccenda, anche fosse per smentirla, qualcuno si convince che forse c’è qualcosa di vero, e rinuncia a proteggere il figlio. Anche questo articolo potrebbe essere una lama a doppio taglio.

Provate a fare una ricerca in Google con le parole “vaccini e autismo”. Tra i primi indirizzi web che trovate, la metà circa sono siti che ancora oggi sostengono la tesi che con i preparati contro morbillo, rosolia e parotite (il cosiddetto vaccino trivalente) si rischia di provocare nei bambini un disturbo dello sviluppo neurologico che va sotto il nome molto impreciso di “autismo”. E pretendono di portare prove di questa affermazione, citando studi “scientifici”, riviste internazionali col titolo in inglese, “illustri” immunologi o virologi. L’altra metà dei siti spiega che si tratta di una leggenda, nata quasi venti anni fa da una frode scientifica truffaldina. Chiunque voglia capire come stanno le cose lo può fare, anche se non è competente: deve solo avere la pazienza di verificare la consistenza degli argomenti e delle prove sul tappeto.

Questa volta De Niro aveva annunciato di voler dare voce e visisbilità nientemeno che a Andrew Wakefield, l’impostore radiato dall’albo dei medici che ha inventato la bufala per farci un business, e che ora cercava di rilanciarla con un suo video. Per colpa sua migliaia di bambini ogni anno si ammalano ancora di un virus come quello del morbillo che potrebbero evitare, e alcuni muoiono.
Alberto Mantovani, uno dei maggiori immunologi viventi, ha appena pubblicato un libro (Immunità e vaccini, Mondadori) per spiegare “perché è giusto proteggere la nostra salute e quella dei nostri figli”, ma la sua voce non sembra destinata a essere ascoltata più di quella dei tanti che da venti anni si sgolano a spiegare che i vaccini sono sicuri e che con l’autismo non c’è nessun nesso.

E allora proviamo a raccontare tutta la storia in un altro modo, cominciando dall’autismo.
Che non esiste come malattia unica e a sé stante, ma si aggira come uno “spettro” negli incubi dei genitori e nelle ansie di molti pediatri e genetisti in cerca di diagnosi. Ci sono (pochi) bambini sicuramente malati e sofferenti, anche se non si sa bene di cosa, e (molti) altri cui è assegnata un’etichetta fumosa, perché hanno uno sviluppo e soprattutto un comportamento diverso con cui potrebbero condurre comunque una vita di buona qualità.
Angosce e ansie degli adulti, scatenate da diagnosi di poca o nulla utilità pratica, sembrano invece attenuarsi all’idea di poter puntare il dito contro qualcosa di malvagio capace di provocare un danno. Poco importa se in tal modo bambini il cui comportamento apparterebbe di diritto all’ambito della diversità umana si trovano marchiati come portatori di un presunto guasto biologico.
A questo punto entrano in gioco i vaccini, che come mister Hide, sembrano il colpevole ideale da additare alla pubblica opinione. Fare qualcosa alle persone sane per impedire loro di ammalarsi è un bene insuperabile, ma quando si capovolge nel suo contrario diventa il male più odioso.

Narrazioni potenti come questa in teoria si smentiscono solo con i fatti, che però in medicina sono ardui da osservare e difficili da comprendere e spiegare. Perché la gente comune dovrebbe credere a Mantovani e agli scienziati suoi pari piuttosto che a un imbroglione come Wakefield? Con sullo sfondo le case farmaceutiche avide di profitto, qualsiasi retroscena complottista può apparire plausibile, talvolta anche ai giornalisti specializzati.

Purtroppo non esiste un “tribunale” superiore a cui affidarsi (e quelli normali spesso sono i più creduloni), non esiste un luogo privilegiato e condiviso dove una verità possa essere affermata senza paura di essere confutata. La società contemporanea è un arcipelago di isole, dove ogni storia ha un suo mercato, e cresce attraverso i social media al riparo da qualsiasi possibilità di essere smentita definitivamente.

Esiste però un metodo per chi vuole farsi un’idea senza credere a nessuno, e consiste nel pretendere da tutti di mostrare le prove di quello che affermano. Con internet oggi questo genere di indagine è di fatto accessibile a chiunque. E’ faticoso ma non difficile. E chiunque abbia la responsabilità della vita altrui, per mestiere o per legami affettivi, non può sottrarsi al dovere di esercitarlo.

 

pubblicato su Il fatto Quotidiano del 18 aprile 2016