Aborto: i guasti dell’ideologia

A breve i consultori previsti dalla legge per gestire le richieste di interruzione di gravidanza potrebbero essere invasi da persone aderenti ad associazioni pro-vita, senza competenze né preparazione specifiche. È vero che la legge 194 arranca un po’ nel garantire davvero in maniera uguale per tutte le donne su tutto il territorio italiano il loro diritto all’autodeterminazione, ciò nonostante è una legge che assicura procedure uguali, controlli e raccolta dati. Non abbiamo davvero bisogno che l’ideologia arrivi a stravolgere tutto.

28 Apr. 2024

di Eva Benelli
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Salute
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Su La Stampa del 25 aprile la giornalista Flavia Amabile racconta il suo essersi finta una donna intenzionata a interrompere una gravidanza. Insegnante precaria, con già tre figli e un marito che le ha imposto un rapporto sessuale indesiderato. Con questa sua storia dolorosa, che può assomigliare a quella di tante altre donne, Amabile si è rivolta a una delle strutture private che i gruppi anti-abortisti propongono in alternativa al servizio pubblico della 194. Una struttura che su Roma vanta nella descrizione sul proprio sito ben cinque diverse sedi.

Nell’esperienza narrata da Amabile la realtà si rivelerà ben diversa e il volontario pro-vita che alla fine, dopo diversi tentativi e perdite di giornate che sarebbero preziose, la giornalista si è trovata di fronte, appare come totalmente inadeguato anche agli stessi obiettivi di “supporto alla maternità” sbandierati dalla sua associazione, se è vero che come unica soluzione balbetta la possibilità di «chiamare il ministero per vedere di trovarle un lavoro non precario»… Una raccomandazione, insomma, in puro stile vecchia Italia.

A breve i consultori previsti dalla legge 194 per gestire le richieste di interruzione di gravidanza potrebbero essere invasi da persone così, senza nessuna competenza, senza alcuna preparazione, senza alcun controllo. Improvvisatori sulla vita di altre persone.

Da pochi giorni, infatti, la commissione Bilancio della Camera ha approvato l’emendamento all’articolo 44 del disegno di legge per l’attuazione del Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR), firmato dal deputato Lorenzo Malagola di Fratelli d’Italia e intitolato “Norme in materia di servizi consultoriali”. Emendamento che recita: «Le regioni organizzano i servizi consultoriali nell’ambito della Missione 6, Componente 1, del PNRR e possono avvalersi, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità». Il 23 aprile anche il Senato, con voto di fiducia, approva. Si apre quindi al terzo settore, purché portatore di «una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità». Chi la valuta, chi la decide e, soprattutto, per fare che cosa?

La titolarità alle Regioni

Come si può immaginare non sono mancate le proteste, sia prima, sia dopo l’approvazione di questo emendamento e non solo da parte italiana. La portavoce della Commissione europea per gli Affari economici, Veerle Nuyts non ha mancato di sottolineare: «Ci sono aspetti […] che non hanno alcun legame con il PNRR, come ad esempio questa legge sull’aborto».

Alle proteste europee ha risposto la ministra Roccella: «Suggerisco ai rappresentanti di altri Paesi di basare le proprie opinioni sulla lettura dei testi e non sulla propaganda della sinistra italiana, che si dichiara paladina della legge 194 ma non ne conosce il contenuto o fa finta di non conoscerlo, dal momento che contesta un emendamento che non fa altro che riprodurre alla lettera un articolo della legge sull’aborto in vigore da 46 anni».

Ma allora, ci si domanda, che bisogno c’era di infilare a forza in un decreto che aveva tutto un altro scopo, una misura che ricalca “alla lettera” quanto già previsto dalla legge 194? Forse perché non è poi così vero che lo ricalca alla lettera, l’art. 2 della legge 194 recita infatti: «I consultori sulla base di appositi regolamenti o convenzioni possono avvalersi, per i fini previsti dalla legge, della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita». Un intervento a valle, quindi, per quelle donne che abbiano deciso di portare a termine comunque la gravidanza.

L’emendamento approvato, peraltro, dichiara esplicitamente che non sono previsti né nuovi, né maggiori oneri, non si tratta, quindi, di destinare risorse ai consultori da tempo in affanno.

Che cosa cambia con queste nuove indicazioni di legge?

Anna Pompili, medica e consigliere dell’Associazione Luca Coscioni lo spiega così in una lettera al direttore pubblicata su Quotidiano sanità: «Secondo la legge 194 il soggetto che può avvalersi della collaborazione di associazioni di volontariato al fine di sostenere le maternità difficili è il consultorio, e ad esso e alle figure professionali (queste sì altamente qualificate) che ne compongono l’equipe multidisciplinare spetta la valutazione e la scelta di eventuali collaborazioni. Nell’emendamento del governo, invece, il soggetto cambia, ed è la Regione a decidere di tale eventuale coinvolgimento. Dunque, ciò che viene fatto in consultorio sulla base di una valutazione specifica, caso per caso, con l’emendamento in questione verrà imposto dall’alto, sulla base di criteri generali». Criteri generali non specificati e indicazioni vaghe che non definiscono né gli obiettivi, né le modalità di questi interventi.

Insomma, le porte dei consultori potrebbero aprirsi a una pletora di volonterosi pro-vita che, convinti del proprio essere nel giusto, cercheranno di far cambiare idea alle donne, come i missionari di epoca coloniale che armati della sacra Bibbia volevano far vestire i selvaggi.

Gli aspetti legati alla salute, alle scelte sessuali e riproduttive e alle conseguenze del portare a termine una gravidanza indesiderata rischiano di finire sullo sfondo, per non dire di essere dimenticati del tutto.

È vero, la legge 194 arranca un po’ nel garantire davvero in maniera uguale per tutte le donne su tutto il territorio italiano il loro diritto all’autodeterminazione, ciò nonostante è una legge che assicura procedure uguali, controlli e raccolta dati. Non abbiamo davvero bisogno che l’ideologia arrivi a stravolgere tutto.