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da Tempo Medico

BIOTECNOLOGIE

OGM come arma contro la povertà

redo che ogni bambino nasconda dentro di sé un giardiniere": un'affermazione banale, che acquista significato se a pronunciarla è uno scienziato come Channapatna Prakash, il grintoso biotecnologo di Bangalore che dall'Università di Tuskagee, negli Stati Uniti, sfida gli ambientalisti di tutto il mondo lanciando un vero e proprio manifesto (vedi il sito http://www.agbioworld.org) in difesa delle biotecnologie agricole: strumento indispensabile, a suo dire, per garantire una migliore qualità della vita soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

E coalizzando intorno alla sua iniziativa (che, come puntualizza, "non è un'organizzazione, ma un gruppo di dibattito aperto anche ad ambientalisti") un gruppo qualificato di scienziati, tra i quali premi Nobel come James Watson - lo scopritore del DNA - Mario Molina e il celebre agronomo Norman Borlaug, che ha vinto il premio Nobel per la pace proprio per il suo contributo alla lotta contro la fame nel mondo. E' stato l'incontro con Borlaug a segnare il destino del giovane agronomo indiano.

"Quando ho cominciato a studiare agraria l'India, che fino ad allora era stato un paese importatore di cereali e di altri alimenti, stava progressivamente raggiungendo l'autosufficienza. Ma la strada da percorrere era ancora lunga" spiega Prakash, di recente a Milano per un ciclo di conferenze. Per il giovane ricercatore arrivato negli Stati Uniti per un dottorato in agraria, in un primo momento le biotecnologie erano "uno strumento in più, che ho acquisito studiando praticamente da solo, nel tempo che i miei corsi mi lasciavano libero". Ma con gli anni si è convinto che si tratta di uno strumento indispensabile per combattere la fame e, soprattutto, la malnutrizione. "Altri obiettivi più ambiziosi, come quello dei vaccini edibili, sono certamente interessanti, ma arriveranno in un secondo tempo.

Ci sono ancora molte difficoltà da superare, sia dal punto di vista scientifico sia da quello della sicurezza" precisa Prakash, impegnato oggi, insieme ai suoi collaboratori, a creare vegetali di più facile conservazione, "un aspetto tuttora fondamentale in paesi come l'India", e più ricchi di contenuto proteico. "Lavoro in particolare con le patate dolci: poco conosciute in occidente, sono il quarto vegetale più utilizzato al mondo e, in paesi come l'Uganda, l'Indonesia e il Brasile, una delle principali fonti proteiche". In senso relativo, naturalmente: "Per un apporto proteico equivalente a 150 grammi di carne ne servirebbero cinque chili al giorno" spiega il ricercatore. "Ma negli ultimi dieci anni siamo riusciti ad aumentarne il contenuto proteico dal 2 al 15 per cento e a inserirvi aminoacidi mancanti, come il triptofano, per renderle un alimento più completo". Un risultato che spiega il movimento lanciato da Prakash.

"Insieme ad altri scienziati che vengono da paesi del Terzo mondo, ho sentito la necessità di esprimere la mia preoccupazione per la crescente diffidenza di alcune aree della società occidentale nei confronti delle biotecnologie: un atteggiamento che finisce con il negare opportunità ai paesi in via di sviluppo" spiega. "Come scienziati abbiamo il dovere morale di esaminare oggettivamente rischi e benefici di queste tecnologie e di fornire al pubblico un'informazione equilibrata e completa". A partire dalle basi. "Ritengo che non sia corretto parlare di organismi geneticamente modificati" esordisce Prakash. "In questo modo si dà la sensazione di avere a che fare con organismi completamente nuovi, mentre la manipolazione genetica non è altro che una logica estensione delle tecniche utilizzate da secoli, solo più precisa e più prevedibile: per individuare e selezionare le caratteristiche desiderate incrociando piante diverse servono 6-7 anni, mentre per modificare geneticamente un organismo si scelgono da subito piante dotate delle caratteristiche desiderate, e in pochi mesi si valuta l'innocuità di ogni singola molecola e si verifica che non siano presenti allergeni".

Eppure è lo stesso Prakash a parlare, nel suo manifesto, di un uso responsabile delle biotecnologie. "Il vero nodo non sono le tecniche, quanto il modo di applicarle" puntualizza il ricercatore, che si dice contrario a inserire nei vegetali materiale genetico animale. Non tanto per ragioni personali - Prakash è vegetariano - quanto perché "questo è uno degli argomenti che scatenano reazioni emozionali più forti".

E poi, simili interventi non sono davvero necessari: "In futuro, anzi, potremo pensare a trasferire geni non tra specie diverse, ma all'interno della stessa pianta: il riso, per esempio, contiene vitamina A, ma solo negli steli, che non vengono consumati. Se si riuscisse a trasferire la vitamina nei chicchi l'ostacolo sarebbe superato e si eliminerebbero molte critiche".

Come evitare che le aziende aggirino normative che spesso - e soprattutto nei paesi in via di sviluppo - sono tutt'altro che rigorose e non garantite dai necessari controlli? "In paesi come gli Stati Uniti le aziende non temono tanto le leggi, quanto le organizzazioni dei consumatori.

E oggi sviluppare prodotti specifici per i paesi in via di sviluppo non avrebbe senso dal punto di vista economico, perché non esiste un mercato sufficientemente ricco". E in futuro? "Ci sono precedenti che devono fare riflettere, basta pensare alla Union Carbide a Bhopal, o alle aziende produttrici di tabacco" dice Prakash "Però le grandi multinazionali devono rendere conto ai loro azionisti e all'opinione pubblica.

E in una società globalizzata un'azienda è più vulnerabile, perché un errore può avere conseguenze a livelli planetari. I rischi, semmai, nei paesi in via di sviluppo vengono dalle piccole aziende locali che sono sottoposte a minori controlli". Ma per Prakash le biotecnologie restano in ogni caso indispensabili: "Nelle zone in cui c'è una povertà diffusa, un clima non favorevole o un terreno povero, gli interventi tecnologici sono indispensabili. L'unica alternativa possibile è dipendere dai sussidi dei governi".

Paola Emilia Cicerone

 

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