Niente fumo non significa più salute

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha inflitto una sanzione esemplare di 7 milioni di euro a Philip Morris Italia per pratica commerciale scorretta: una decisione storica, incentrata sull’uso fuorviante delle locuzioni e dei claim “senza fumo”, “prodotti senza fumo” e “costruire un futuro senza fumo” per promuovere i nuovi dispositivi a tabacco riscaldato (HTP come IQOS), le sigarette elettroniche (Veev) e i sacchetti di nicotina ad uso orale (ZYN).

15 Giu. 2026

di Eva Benelli
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Foto di Nery Zarate su Unsplash

 

“Non c’è fumo senza arrosto”, recita un vecchio detto. Parafrasandolo, l’Autorità garante per la concorrenza ha detto alla Philip Morris Italia: “C’è combustione anche senza fumo”, infliggendole una sanzione da 7 milioni di euro.

“Costruiamo un futuro senza fumo”, esortava infatti virtuosamente (si fa per dire) l’azienda, tra i big a livello mondiale, riferendosi a tutta una serie di nuovi prodotti del tabacco riscaldato che non emettono fumo. Perché, si sa, il fumo fa male. Ma se il fumo non c’è?

Ed è qui, in questa affermazione sistematica e fuorviante che è inciampata l’azienda.
Il «claim pubblicitario “senza fumo” per i prodotti di tabacco è una pratica commerciale scorretta», ha concluso l’Autorità garante, sottolineando che serviva a costruire la percezione di una finta innocuità, «inducendo i consumatori a ritenere erroneamente che si tratti di prodotti privi di effetti nocivi per la salute e/o meno nocivi di altri prodotti del tabacco».

Vale davvero la pena prendersi quella mezz’ora di tempo per leggere il documento rilasciato dall’Antitrust nella sua adunanza del 9 giugno: una settantina di pagine, 249 punti (dopo tutto, le motivazioni per una multa da 7 milioni di euro devono essere ben solide).

Non manca niente, compresa la linea difensiva di Philip Morris e i motivi per cui sarà respinta. Un impressionante lavoro di indagine, raccolta di pareri tecnici e scientifici, esplorazione dei testi elaborati e diffusi dall’azienda, comprese le mail, da cui per esempio «emerge una chiara consapevolezza […] del fenomeno della c.d. “youth initiation” ovvero dell’iniziazione giovanile al fumo tramite l’utilizzo di prodotti c.d. “innovativi” senza combustione».

Insomma ci si ritrovano, ben documentate, tutte le evidenze scientifiche che sostengono le ragioni di chi, come l’Alleanza per un Italia senza tabacco, si oppone al consumo dei prodotti a base di tabacco e nicotina e allo strapotere delle aziende che li commercializzano.
«Tale strategia appare idonea a ingenerare in una platea ampia ed in continua crescita di consumatori, anche minori di età, aspettative non coerenti con l’incertezza circa la non/minore nocività dei prodotti del tabacco c.d. innovativi, allo stato delle attuali conoscenze scientifico/sanitarie», sono le motivazioni per la multa e, cosa anche più grave in logica aziendale, per l’obbligo di interrompere la pratica commerciale.

Tutte ragioni che dovrebbero guidare le politiche di sanità pubblica ed è interessante notare che a infliggere una bella botta a Philip Morris è stata invece un’autorità garante della concorrenza. Un po’ come Al Capone condannato per evasione fiscale. Ma ci va bene lo stesso.

(L’editoriale è ripreso dalla newsletter di Scienza in rete del 12 giugno 2026)