Dimenticati, invisibili e negletti: i bambini nelle carceri

Sono 19 i bambini che in questo momento in Italia passano la propria vita in carcere insieme alle loro mamme detenute. Una condizione che condividono con un numero imprecisato di altri bambini e bambine nel mondo, come ricorda un recente articolo sulla rivista Lancet. La reclusione comporta rischi evidenti per lo sviluppo cognitivo e armonico dei piccoli ed è altrettanto evidente che per ogni bambino o bambina in carcere si è mancato di tutelare il loro “superiore interesse”.

24 Gen. 2024

di Eva Benelli
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Diritti
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Crediti immagine: Freepik

 

L’Italia ha un ben noto e drammatico problema di sovraffollamento delle carceri, che vuol dire, tra l’altro, inciviltà delle condizioni di detenzione ed elevato numero di suicidi. Secondo il rapporto Antigone 2023 a fronte di una capienza ufficiale di 51.249 posti, al 30 aprile dello scorso anno le persone recluse erano 56.674, di cui 17.723 (il 31,3%) stranieri e 2.480 (il 4,4%) donne, con una crescita della capienza ufficiale dello 0,8%, ma delle presenze di ben il 3,8%.

Inoltre, ci dice ancora l’associazione Antigone: «Nel 2022 secondo i dati pubblicati dal Garante Nazionale, sono state 85 le persone a essersi tolte la vita all’interno di un istituto penitenziario, una ogni quattro giorni», emergenza che si è mantenuta preoccupante anche nel corso del 2023 e che con quattro suicidi nei primi dieci giorni del 2024 non sembra essere prossima a una svolta. E come potrebbe, in assenza di interventi?

 

Invisibili, sconosciuti e negletti

In questo scenario definito più volte dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, “inumano e degradante” l’Italia si segnala per un altro aspetto di inciviltà: la reclusione di bambini e bambine all’interno di strutture detentive insieme alle loro mamme detenute. Sono 19 in questo momento i piccoli rinchiusi, innocenti, insieme alle loro madri condannate: «Ma fosse anche uno solo, costretto a conoscere il mondo e a trascorrere la sua infanzia dietro le sbarre, quella che sto per raccontarvi sarebbe comunque una battaglia di civiltà», scrive Paolo Siani nell’introduzione al suo libro Senza colpe, bambini in carcere (Guida Editori, 118 pagine, 10 euro), che include diversi contributi e testimonianze, tra cui la presentazione della bella mostra fotografica di Anna Catalano.

La battaglia di civiltà cui si riferisce Siani, pediatra e parlamentare fino alla scorsa legislatura, l’avevamo commentata su Scienza in rete, ma vale la pena riprenderla, anche alla luce di un editoriale pubblicato l’11 gennaio sulla rivista Lancet Children living with incarcerated mothers: invisible, undocumented, and neglected, che allarga il discorso alla situazione globale.

Ne emerge un quadro soprattutto di ombre, perché, come dice il titolo dell’articolo di Lancet i bambini che vivono in carcere insieme alle loro madri sono quasi sempre invisibili e negletti e di loro si sa davvero poco. Secondo il rapporto Global Prison Trends 2023, racconta Lancet, nel mondo la popolazione femminile incarcerata ammonta a circa 740.000 donne, un numero in crescita. Di pari passo ci si può aspettare che sia in crescita anche il numero dei bambini e delle bambine che si trovano incarcerati perché rimangono con le loro madri quando queste finiscono in galera, o perché le loro mamme gravide li mettono al mondo in carcere. Tuttavia gli orientamenti legislativi sulla permanenza dei bambini in carcere sono così divergenti tra i diversi Paesi, che non è stato possibile costruire un quadro omogeneo sulla durata e sui limiti di età dei bambini che vivono nelle carceri. Secondo le Nazioni Unite: «Un consenso globale potrebbe non essere possibile, considerati i diversi standard di detenzione e di tutela dei minori in tutto il mondo». Per esempio, i dati sul numero di donne gravide incarcerate non sono attendibili, continua Lancet, così è difficile sapere con certezza quanti siano i bambini che nascono in prigione e che si ritrovano quindi spesso senza documenti di identità. Di fatto, invisibili.

Una parte di questa mancanza di visibilità si può probabilmente spiegare con una certa confusione della governance organizzativa tra ministeri della salute e i ministeri responsabili del sistema penitenziario, ma la si deve anche, in senso più ampio, a una carenza nella definizione di vulnerabilità da parte delle stesse Nazioni Unite, che non fanno esplicito riferimento ai diritti umani delle persone private della libertà.

Solo 4 su 100.000

In Italia, per fortuna, le informazioni sono disponibili e accessibili e fanno emergere quanto sia basso il numero delle donne detenute a confronto dei maschi: solo poco più di quattro donne ogni 100.000, mentre il tasso di detenzione maschile è superiore di circa 25 volte. La bassa detenzione femminile, un fenomeno ancora non del tutto interpretato, non è una realtà solo italiana: «A livello mondiale – ci ricorda l’associazione Antigone – la media delle donne detenute nei vari paesi è pari al 6,9% della popolazione carceraria globale, una percentuale leggermente più elevata di quella italiana, ma che indica comunque una netta minoranza».

Questa bassa incidenza statistica, tuttavia, non si traduce in condizioni migliori, anzi sembra portare con sé un interesse perfino minore. Il che fa sì, per esempio, che la loro distribuzione negli istituti carcerari le penalizzi, o perché ospitate in istituzioni miste dove però le già scarse energie e risorse (umane e materiali) per realizzare quelle attività specifiche che possono riempire di senso il tempo della detenzione sono rivolte principalmente ai detenuti maschi. O perché, se rinchiuse negli istituti femminili, si trovano a fare i conti con un tasso di affollamento anche peggiore di quello maschile: il 118%, superiore, quindi, a quello dell’intero sistema penitenziario italiano, pari ufficialmente al 110. Insomma le donne «nonostante lo scarso peso numerico che hanno sul sistema penitenziario e di conseguenza la loro scarsa responsabilità del sovraffollamento carcerario, lo subiscono più di quanto accada agli uomini», commenta Antigone.

In questo scenario, le donne con figli al seguito o in stato di gravidanza rappresentano una percentuale così esigua da spiegare, anche se non giustificare, la scarsa attenzione verso di loro e verso i loro bambini e bambine.

I danni dei primi 1.000 giorni in prigione

Eppure, quei 19 bambini che a oggi in Italia condividono il destino di detenzione delle madri sono esposti alla cosiddetta sindrome da prigionia: la ristrettezza degli spazi in cui giocare, la mancanza di stimoli, i gesti ripetitivi, sono tutti fattori che possono sviluppare nei bambini detenuti difficoltà nel gestire le emozioni e senso di inadeguatezza, di sfiducia, di inferiorità. Sicuramente un tardivo progresso linguistico e motorio.

Quella che è ormai una consolidata evidenza scientifica conferma che i primissimi anni di vita dei bambini, al pari della gestazione, sono fondamentali per il loro sviluppo cognitivo.

Nei cosiddetti primi mille giorni l’ambiente in cui il bambino vive svolge un ruolo decisivo: le esperienze precoci positive incidono su come si organizza il cervello e sul suo funzionamento. Quello che succede all’inizio della vita ha un’influenza sul futuro: i primi anni di vita determinano come sarà il rendimento scolastico, lo stile di vita sano, la capacità di relazionarsi con gli altri. Quello che si perde in questa fase sarà difficile da recuperare in seguito.

Ecco perché quei 19 bambini che, innocenti, vivono in un carcere con la loro mamma che deve scontare una pena: «Sono bambini che crescono in un ambiente per nulla adatto a loro e che, nonostante gli sforzi delle operatrici e degli operatori e dei tanti volontari che lavorano nel carcere, cresceranno senza quegli stimoli necessari per una vita sana», ribadisce Paolo Siani.

Fuori dal carcere

Per accogliere i bambini reclusi fino ai 6 anni d’età, insieme alle loro mamme, sono stati creati i cosiddetti Icam, Istituti di custodia attenuata, esterni agli istituti penitenziari e con dotazioni di sistemi di sicurezza non invasivi, comunque non riconoscibili dai bambini. Sono arredati e strutturati per assomigliare il meno possibile a un carcere: i muri sono colorati, il personale di sorveglianza lavora solitamente senza uniforme e senza armi. Ma, anche così, sempre di carceri si tratta.

Inoltre sono pochi (attualmente esistono soltanto a Milano, Venezia, Lauro e Torino, mentre quello di Cagliari non è mai entrato in funzione) perciò stare in un Icam può voler dire allontanarsi dal contesto familiare e, magari, dagli altri figli. E spesso le detenute vi rinunciano.

La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza sollecita gli Stati a non separare i figli dai genitori, ma certamente questo non può voler dire farli vivere in luoghi che non sono adatti a loro come un carcere, per quanto attenuato.

È evidente che l’unico posto per un bambino sia fuori dal carcere e per questo, la proposta di legge presentata da Paolo Siani prevedeva la detenzione delle mamme con figli in una casa famiglia protetta. Una battaglia politica giocata sulla vita dei bambini ha fatto sì che alla fine la proposta di legge, snaturata da diversi emendamenti, venisse ritirata. Ma il problema resta, Se ci si trova a dover contrapporre l’applicazione della giustizia alle prospettive di salute e di vita di bambini e bambine, il “supremo interesse dei minori” deve prevalere. Ce lo ricorda la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. E ce lo ricorda la nostra carta costituzionale.