Zika: il nuovo spauracchio globale

ritratto di Roberto Satolli

Le donne di El Salvador sono vivamente pregate di astenersi dal fare figli sino al 2018, per evitare il rischio di malformazioni fetali da virus Zika. L’annuncio del governo centro-americano ha portato alla ribalta dei media mondiali un’epidemia di cui sino a pochi giorni fa si occupavano solo pochi addetti ai lavori.

Per coloro che -- come i partner del progetto europeo ASSET -- si ingegnano di colmare nel pubblico il divario tra realtà e immaginazione a proposito dei rischi da virus emergenti, il copione che si sta svolgendo è un déjà vu. La novità questa volta è di “genere”, per il forte riferimento alla procreazione.

A ogni pestilenza reale, più o meno localizzata, corrisponde ormai regolarmente una “pandemia” di panico trasmessa da media vecchi e nuovi, sfasata nel tempo e nello spazio, ma in genere di breve durata. Il tempo di convincersi che non c’è per l’Occidente il rischio di un contagio, e la notizia perde ogni interesse. Vediamo come si applica al caso odierno quella che può essere ormai considerata una legge generale dell’informazione globalizzata sui nuovi rischi per la salute, dall’influenza “suina” a Ebola.

Il virus Zika è noto da settant’anni, e prende il nome da una foresta dell’Uganda dove è stato scoperto. Si trasmette con la puntura di zanzare, non quelle della malaria, ma del genere Aedes, che propagano anche malattie tropicali come dengue, febbre del Nilo, febbre gialla, chikungunya.
E’ uscito dalle foreste africane grazie al dissesto ecologico prodotto dallo sfruttamento neocoloniale e recentemente si è messo a viaggiare sfruttando i voli aerei e trovando in molti altri continenti insetti adatti al suo ciclo (anche in Italia abbiamo la zanzara tigre).

Zika produce una malattia generalmente benigna, simile a un’influenza con un esantema (puntini sulla pelle) e arrossamento degli occhi.
Il guaio è che quando un virus arriva in un continente dove non è mai stato prima, trova popolazioni del tutto prive di anticorpi e può dilagare. In Brasile si stima che in pochi mesi nel 2015 abbia infettato quasi un milione e mezzo di persone. Anche complicazioni rare possono diventare consistenti, con migliaia di vittime. In Brasile si è vista un’improvvisa impennata di nascite di bambini con malformazioni al cervello. E’ colpa di Zika? E’ possibile, anche se non provato, ma è giusto che venga dichiarata un’emergenza sanitaria, come è avvenuto in quasi tutta l’America latina. Come al solito, quanto un virus sia letale e temibile dipende assai più dal contesto, non solo ecologico ed economico, ma anche culturale. E spesso una risposta fuori luogo può fare più danni dell’aggressione biologica.

L’appello a non procreare di El Salvador colpisce per la sproporzione, in eccesso e in difetto. Zika non è l’unico virus che può danneggiare il feto: si pensi alla rosolia e a tante altre minacce invisibili ben presenti alle mamme. Neppure all’inizio della epidemia di AIDS, quando nascere da una madre sieropositiva equivaleva a una condanna a morte, si era pensato di tentare uno stop alla procreazione. Nel contesto di un paese che ha i record della sovrapopolazione e della violenza tra maschi, dove le donne rischiano 30 anni di carcere se abortiscono (come in gran parte dell’America latina), il fermo nascite appare come una patetica ammissione di impotenza e forse un grido di aiuto: un lascito positivo di Zika potrebbe essere l’avvio di un movimento favorevole ai diritti delle donne.

I virus sulla Terra sono in numero inimmaginabile: la stima è 10 seguito da 31 zeri (per avere un’idea, l’età dell’universo in anni è dell’ordine di 10 seguito da soli 9 zeri!). Non sono esseri viventi in senso proprio. Sono pacchetti di geni che vanno e vengono tra individui della stessa specie e di specie diverse. Per milioni di anni l’evoluzione dell’uomo e degli altri animali sulla terra si è intrecciata con questo via vai di istruzioni, che solo occasionalmente e per effetto del contesto generano malattia. Una promiscuità genetica assai maggiore di quella prodotta dal sesso, che tiene insieme tutta la materia vivente in una rete fittissima di interdipendenza, su cui la ricerca scientifica dovrebbe essere continua e approfondita.
La globalizzazione crea nuove occasioni d’incontro. Non ci si può fare i conti con brevi parossismi di panico, seguiti da lunghe parentesi di disinteresse e disinformazione.

 

Pubblicato su Il Fatto Qutidiano il 28 gennaio 2016