Veronesi: divergenze parallele

ritratto di Roberto Satolli

Il mio ricordo di Umberto Veronesi

Quando ho saputo che era morto Umberto Veronesi, ho avuto immediatamente la percezione di una perdita, per quanto ultimamente attesa, poi mi sono chiesto di che cosa avremmo sentito la mancanza.

E’ scomparso indubbiamente un grande uomo, capace di una visione complessiva della medicina e del mondo, dotato della capacità di mettere in moto le persone e le cose attorno a una concezione laica, centrata sugli uomini e sulle donne in carne e ossa, attenta ai diritti e all’equilibrio dell’ambiente e della pace. E un comunicatore insuperabile.

Nella redazione di Tempo Medico lo ammiravamo come chirurgo che ricercava un approccio il più possibile rispettoso dell’integrità, e lo consideravamo un baluardo del sistema sanitario nazionale fondato nel 1978. Ricordo quando venne in redazione, nel 1984, con Gerolamo Sirchia e altri esponenti della sanità pubblica milanese per stilare un Manifesto che desse nuovo impulso alla riforma.

Per questo ci rimasi male, con molti altri, quando nel 1994 abbandonò l’Istituto dei tumori, che lui stesso aveva contribuito a rendere celebre nel mondo “al pari del teatro alla Scala”, per fondare il suo centro privato, l’IEO.
C’era forse dell’ideologia nella mia perplessità, ma mi sentii in dovere di scrivere un editoriale critico su Tempo Medico quando anni dopo, nel 2000, Veronesi venne nominato ministro della sanità nel governo Amato. Giudicavo ottima la scelta per la competenza, ma ritenevo indispensabile che si esplicitasse il conflitto di interessi di essere a capo della sanità pubblica e di una importante istituzione privata.

Vorrei essere smentito, ma credo che Tempo Medico fu l’unica voce critica su quel punto, tanto era il carisma e la popolarità di cui già allora Veronesi godeva, che ne faceva la figura del “medico per antonomasia” per l’intera popolazione. E tale è rimasta sino ad oggi, per cui parlar male di Veronesi risultava quasi impossibile anche da parte di molti esperti che in privato ne criticavano alcune posizioni, soprattutto quelle che riducevano la prevenzione alla diagnosi precoce, negando ostinatamente di riconoscere i limiti e i rischi di quest’ultima.

All’epoca ci si sarebbe potuti aspettare che l’espressione di dissenso facesse terminare la collaborazione di Zadig con il ministero, che era iniziata poco prima sotto la guida di Rosy Bindi.

Ma non fu così. Anzi, Veronesi ci chiese di produrre il rapporto annuo sulla salute degli italiani, e di scrivere a suo nome il commento. Si fidava di chi non aveva remore a dire anche di non essere d’accordo. Da quell’epoca il nostro rapporto è continuato così, dandoci del tu e collaborando volentieri sulle idee e sugli obiettivi condivisi, ma tenendo le distanze per quello su cui sapevamo di non essere d’accordo.

Con lui è scomparsa una risorsa insostituibile per ogni impresa che richieda coraggio intellettuale e forza di popolarità. Poche settimane fa, accarezzando l’idea di un grande appello pubblico sulla questione del prezzo dei farmaci, dei brevetti e delle licenze obbligatorie, ci erano venuti in mente solo tre personaggi che avrebbero avuto il profilo necessario: Umberto Veronesi, Silvio Garattini e Gino Strada. Ora ne sono rimasti due.