Ticket: pagare meno, pagare tutti

ritratto di Roberto Satolli

Fanno bene le Regioni a non volere aumentare i ticket sulla sanità, anche se i conti non tornano. I 111 miliardi di euro che la Finanziaria destina a tutto il sistema nazionale per il 2016 sono un poco di più del fondo disponibile quest’anno (109,7 miliardi), ma sono meno di quanto sarebbe probabilmente necessario per mantenere la quantità e la qualità dell’assistenza ai livelli attuali; perché l’”inflazione medica” è legata soprattutto alla comparsa e diffusione di nuove tecnologie, per esempio i recenti farmaci contro l’epatite C, il cui costo non è sproporzionato al maggior vantaggio per la salute pubblica.

Per maneggiare la coperta corta probabilmente i ticket andrebbero addirittura ridotti, ma fatti pagare a un maggior numero di utenti.

La compartecipazione alla spesa non dovrebbe avere lo scopo di integrare un finanziamento insufficiente, ma di moderare il ricorso a visite, esami, farmaci e così via. E’ un meccanismo virtuoso, in un contesto di uso eccessivo della medicina che prevale ormai da tempo nei paesi ricchi. E’ certo infatti che tutti gli interventi inutili sono dannosi per la salute, in quanto possono innescare una cascata di prestazioni che si sarebbero potute evitare, e che quindi non recano alcun vantaggio ma conservano tutta la capacità di indurre complicazioni ed effetti collaterali di varia gravità.

Con un ticket moderatore si prendono quindi i classici due piccioni: si protegge la salute della gente e si risparmiano risorse che possono essere dedicate a chi ha bisogno di essere curato. Sarebbe opportuno sviluppare strumenti più mirati per timonare la barca, attraverso linee guida prodotte da autorità scientifiche al riparo da interessi commerciali e condivise con i medici che prescrivono, ma questa attività è attualmente trascurata da Ministero e Regioni, e in mancanza di meglio la compartecipazione è un compromesso accettabile.

A patto di tenere a bada due pericoli. Il primo è che il ticket diventi uno sbarramento anche per chi ha davvero necessità di cure, ma non può permettersi di pagare. I medici e gli infermieri del Programma Italia di Emergency -- che apre posti di consultazione fissi o mobili in diverse città d’Italia, da Mestre alla Calabria, da Milano a Bologna --, denunciano che ormai la loro attività, nata per i migranti, è sempre più richiesta anche da cittadini italiani che non riescono ad accedere alle cure.

A questo si può rimediare con una esenzione in base alle condizioni economiche, la cui soglia deve essere stimata in modo da non premiare gli evasori. Anche l’importo dovrebbe essere abbastanza alto da far pulizia del superfluo, ma non tanto da rendere conveniente rivolgersi alle strutture private, per chi può permetterselo, saltando le attese. Un doppio canale di assistenza è alla lunga fatale per tutto il sistema, che smette di essere unico per tutti.

Il secondo rischio infatti è che il ticket mini l’equità, cosa che sta già avvenendo per il fatto che ogni Regione applica quote, soglie e criteri diversi, rendendo il paese un vestito di arlecchino. In particolare la modalità di legare l’importo del ticket al reddito, può apparire giusta a prima vista, ma non lo è. Il Fondo sanitario è già finanziato dalle tasse sul reddito, che sono progressive. Far pagare in proporzione al reddito anche al momento dell’utilizzo equivale a una doppia tassazione, con l’effetto di allontanare le fasce più abbienti, lasciando nel sistema i poveri e i malati.

 

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 26 ottobre 2015