A quando un Nobel per l’accesso alle cure?

ritratto di Roberto Satolli

Nei mercatini africani, dove la merce è esposta su teli distesi per terra, si trovano anche le pillole contro la malaria, sfuse. Ce ne sono di due tipi: dry, cioè mai usate, e wet, messe in bocca davanti alla persona incaricata di dispensare la terapia, e sputate appena possibile per rivenderle. Quando non si ha nulla, ci si arrangia come si può.

Nell’aneddoto si fondono la forza e il limite dei Nobel per la medicina, che premiano quest’anno la scoperta di farmaci per combattere malattie parassitarie gravissime, che causano morte o invalidità a milioni di persone ogni anno e alle quali la medicina occidentale dedica pochissima attenzione.

La forza del Nobel sta nell’accendere i riflettori sulla malaria, che uccide centinaia di migliaia di bambini e adulti (50 volte più di Ebola, per avere un’idea) e su malattie da vermi tipo filaria, diffusissime nelle aree tropicali, che rendono ciechi o invalidi.
Le scoperte premiate (artemisina e avermectina) hanno indubbiamente cambiato il quadro della lotta contro questi flagelli, soprattutto in Africa. Anzi, poiché gli agenti della malaria negli ultimi decenni stavano diventando resistenti ai vecchi rimedi a base di colchicina e simili, se non fosse arrivata l’artemisina la malattia probabilmente sarebbe dilagata inarrestabilmente: una catastrofe mondiale. Invece oggi la mortalità da malaria, se non è dimezzata come si sostiene sulla base di stime ottimistiche, sicuramente non sta aumentando ed è sotto controllo, soprattutto in alcune zone.

Ma ci sono voluti decenni (è buffo che la motivazione del premio parli di “nuovi farmaci” per molecole scoperte 30 o 40 anni fa), prima che l’innovazione scientifica arrivasse a produrre gli effetti favorevoli che il premio riconosce. E’ questo il limite su cui bisogna riflettere. Sarebbe ora che il Nobel andasse non solo a chi fa la grande scoperta, che per ragioni di prezzo o altri ostacoli resta poi riservata a pochi privilegiati dei paesi ricchi. Si dovrebbe premiare anche chi trova modi altrettanto innovativi per superare le barriere, non solo economiche, che impediscono alle medicine di arrivare a chi ne ha bisogno nel mondo.

Un esempio? I trattamenti a base di artemisina contro la malaria in Africa costano 1 euro e sono distribuiti gratuitamente dai programmi di cooperazione internazionale quasi in tutto il continente. In teoria, perché in pratica il bambino con la febbre oltre i 40 o la mamma dovrebbero recarsi a un dispensario molto lontano dalla capanna nella foresta, e il bambino muore prima. La soluzione? Risponde Franco Pagnoni, medico italiano che ha combattuto la malaria con l’Organizzazione mondiale della sanità per decenni: “Individuare in ogni villaggio sperduto un referente e affidargli, dopo averlo istruito, la responsabilità di conservare e distribuire una scorta di medicinali per le necessità locali”.

Il Nobel per l’accesso alle cure andrebbe dato anche a chi riuscisse a trovare il modo di sciogliere il nodo dei prezzi dei nuovi farmaci, che stanno lievitando con un’accelerazione che fa temere ormai per la tenuta del sistema anche nei paesi ricchi. L’attuale regolazione dei brevetti in campo medico conferisce un potere contrattuale già ora quasi insostenibile, e i trattati commerciali in corso di negoziazione minacciano di renderlo ancora maggiore. Il rischio che le scoperte da Nobel diventino irrilevanti perché se le può permettere solo chi non ne ha bisogno è molto concreto.

 

Pubblicato su Il FattoQuotidiano del 5 ottobre 2015