La storia di Tempo Medico

ritratto di Roberto Satolli

di Roberto Satolli

Solo i più giovani ignorano che Tempo Medico (TM) non è stato solo il periodico più amato dai medici per 50 anni, dal 1959 al 2009, ma un punto di riferimento per la cultura laica in generale, non solo scientifica.

Fondato da Nicolò Visconti, proprietario della Pierrel, con l’intento di creare il “Time dei medici”, ha mostrato subito un carattere di novità, anticonformismo senza ideologia e indipendenza, che derivava dalle qualità intellettuali delle persone scelte per lavorarci, e che andava molto oltre l’ambito angusto degli house organ farmaceutici.

Da allora lo stile della rivista si è sempre ispirato al miglior giornalismo anglosassone, per raccontare l’evoluzione della medicina e della società contemporanee con spirito critico, linguaggio piano e chiaro, forma spigliata e persino divertente.  
L’indipendenza, in particolare, era stata talmente radicata nell’imprinting della rivista, da mantenersi immutata sino alla fine, pur attraverso diversi passaggi di proprietà (dalla Pierrel alla piccola casa editrice milanese Editiemme nel 1976, alla francese Masson nel 1985 e infine alla olandese Elsevier, che lo chiuse bruscamente nel 2009 insieme a tutti gli altri suoi periodici italiani): nessun nuovo editore si è mai azzardato a voler cambiare la linea del giornale, la composizione della redazione o i direttori responsabili, che si sono succeduti sempre per selezione interna.

A fare Tempo Medico si veniva chiamati su base meritocratica, e questo portava in redazione un flusso continuo di nuove idee e punti di vista diversi, che si fondevano grazie alla condivisione di un metodo che si potrebbe definire “lo stile della ragione” (divenuto poi il motto di Zadig, l’agenzia editoriale fondata nel 1993 da cinque giornalisti della redazione).

Tutti i medici italiani conoscevano la rivista, le copertine di Crepax e i casi clinici a fumetti, ma pur essendo i destinatari principali non erano i soli.
Io, per esempio, avevo cominciato a leggerla da ragazzo, ben prima di iscrivermi a Medicina, perché ero non solo curioso di argomenti scientifici, ma soprattutto attratto da un modo di ragionare che non trovavo in altre pubblicazioni. Non mi sarei immaginato allora che mi sarebbe capitato, dopo la laurea, di essere chiamato a scrivere per Tempo Medico, e più avanti di decidere di lasciare l’attività clinica in ospedale per fare del giornalismo l’unica professione. E men che meno che ne sarei diventato direttore responsabile, trovandomi per di più a gestire alla fine degli anni Ottanta la fase più critica di trasformazione da mensile a settimanale, per inseguire una concorrenza che puntava addirittura sulla periodicità quotidiana.
Col senno di poi, è stata quella metamorfosi l’inizio del declino di una formula che per trent’anni aveva mantenuto un equilibrio miracoloso. E di quella responsabilità sento ancora il peso.

Roberto Satolli è stato direttore di Tempo Medico dal 1988 al 1995

Per approfondire: la pagina Wikipedia di Tempo Medico