La scelta di Beppe

ritratto di Roberto Satolli

Giuseppe Remuzzi è uno scienziato, uno dei più grandi esperti di rene al mondo. Scrive un libro (La scelta, Sperling & Kupfer 2015) per sostenere che tocca a noi decidere come morire. E’ quasi un manifesto, un’esortazione a riappropriarsi di quello che, dopo la nascita, è il momento più importante della vita.

L’argomento appare tutto giocato sul buon senso comune, ma la tesi è forte e controversa. Va contro il sacro, che rimette tutto a Dio; e anche contro il profano delle leggi laiche, dei giudici, dei comitati. Il noi di cui si parla nel libro è quello in cui si racchiude la relazione tra malato e curante, allargata quando occorre ai familiari e agli infermieri (“hanno buon senso gli infermieri” si dice nell’introduzione).

Remuzzi scrive come si parla, ma questo non deve ingannare. E’ uno stile, ricercato con evidente consapevolezza, proprio per costruire anche nel dialogo col lettore quella stessa intesa che consente l’inclusione del noi, e spesso anche l’interpellazione diretta con il tu. Il tono piano del discorso serve a rivestire il filo d’acciaio di una logica stringente.

Il metodo consiste nel raccontare storie, come l’autore fa da anni nella sua attività di divulgatore sui giornali. La sua Spoon River è fatta di personaggi importanti e famosi, come il cardiochirurgo DeBakey o Ariel Sharon, come pure di uomini, donne e bambini qualsiasi. C’è persino un gatto, e sono tutti veri nel trovarsi soli di fronte alla fine imminente. E con una sorpresa finale: il libro sfiora in ogni pagina la morte, ma in realtà parla al lettore della vita.