Per la salute non usare il machete

ritratto di Roberto Satolli

“Le persone che possono pagarsi l’antibiotico dovrebbero farlo. E’ una questione di civiltà”. Lo ha detto la Lorenzin, e così tutti hanno capito che i soldi stanziati per la salute non bastano: che ci sia stato un taglio o un ridotto aumento è una questione di nomi, ma la sostanza non cambia.

Tutti sembrano concordare sull’insostenibilità dell’attuale sistema sanitario, ormai già nel medio periodo, ma non c’è chiarezza su cosa si possa fare per porvi rimedio. Si vive alla giornata, tirando la coperta un po’ di qua e un po’ di là, e facendo appelli improvvisati alla coscienza della gente.

L’inflazione del mercato della salute è in gran parte legata a progressi marginali o di puro marketing, o all’estensione immotivata dei trattamenti a fasce che non ne hanno reale bisogno. Solo in piccola parte deriva da vera innovazione, come i recenti farmaci contro l’epatite C, che possono guarire dal virus ed estirpare la malattia. Oppure quelli che stanno per arrivare contro il colesterolo.
In questi casi, peraltro, il detentore del brevetto ha un potere contrattuale tale da imporre prezzi astronomici, così da rendere di fatto inevitabile il ricorso al razionamento, come sta avvenendo. Questo è fonte d’ingiustizia e d’inefficienza, perché si finisce per aspettare a curare i malati quado sono più gravi e s ne giovano meno.

Per porre rimedio bisognerebbe rivedere in profondità tutti i processi di valutazione dell’innovazione in medicina e i criteri per la determinazione dei prezzi. Non è facile e non si fa in breve.

Nel frattempo però l’uso d’interventi che fanno poco o in persone che non ne hanno bisogno si è talmente espanso che si potrebbe procedere velocemente a risparmi sostanziali. Chiamparino ha quasi litigato con Renzi per un miliardo in più o in meno da dare alle Regioni: è pressappoco la cifra che ospedali e ASL buttano via ogni anno per i medicinali contro l’ulcera, malattia che non esiste più in forma cronica perché si cura in una settimana con gli antibiotici. Dei quali si abusa ancora più, usandoli per raffreddori e simili: se ne usano 2,5 milioni di dosi il giorno in media, in realtà concentrati nel periodo invernale. Un’enormità con gravi pericoli di resistenze per la salute pubblica e un costo di quasi 3 miliardi l’anno. E si potrebbe continuare con altre classi di farmaci, dagli antidepressivi a quelli per l’osteoporosi, e anche con interventi come il parto cesareo o l’asportazione delle tonsille.

Entrare nel merito di come si usano i 111 miliardi di Fondo sanitario, e gli altri 25 e più di spesa privata, e farlo bene, richiederebbe un complesso lavoro di ricamo, difficile e delicato sul piano scientifico e politico, da condurre con il consenso dei professionisti e la partecipazione del pubblico alle scelte.
Si capisce allora la tentazione di usare il machete, tagliando via dal sistema sanitario fette di prestazioni in maniera indiscriminata, oppure fette di popolazione assistita, da affidare alle assicurazioni private. La prima mossa è sbagliata perché produce risparmi al costo di possibili danni per la salute (mentre colpire gli abusi migliora anche la salute). La seconda è ancora più rischiosa, perché mette in pericolo la stabilità del sistema, minandone le fondamenta universali.

Quelli che possono pagare un’assicurazione sono i più ricchi, che quindi con le tasse contribuiscono di più, ma sono anche i più sani, che quindi consumano meno servizi: se fossero malati il premio richiesto, che deve remunerare anche il profitto di un’impresa privata, sarebbe troppo alto. La loro fuga toglierebbe al sistema sanitario più risorse di quante ne farebbe risparmiare, innescando un circolo vizioso che porterebbe prima i poveri ad avere solo una “mutua” di qualità scadente, e condurrebbe infine alla bancarotta.

E’ noto d’altronde che i sistemi basati sulle assicurazioni costano di più e rendono meno. Vale per gli Stati Uniti, con una spesa pro capite più che doppia di quella europea, e indicatori di salute peggiori in media, per di più con grandi disuguaglianze tra i più e i meno privilegiati. Ma vale anche per la Svizzera, i cui cittadini sono obbligati ad assicurarsi spendendo molto più di noi (quasi il doppio), e non godono di migliore salute.

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 11 novembre 2015