L’estinzione annunciata dei Comitati etici

ritratto di Roberto Satolli

Il 2016 potrebbe essere l’inizio della fine per i Comitati etici, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti. Almeno sino a che un nuovo scandalo non farà riaprire gli occhi all’opinione pubblica e il pendolo non riprenderà a oscillare nella direzione opposta.

Oggi l’uomo della strada è distratto su questo argomento, a mala pena sa dell’esistenza di questi gruppi di persone che su base volontaria dedicano tempo e competenze a discutere con i ricercatori come sperimentare con l’uomo senza violare i diritti delle persone e l’interesse della collettività. Paradossalmente si fanno sentire solo le voci di chi si oppone a tutti gli esperimenti con gli animali, mentre nessuno si preoccupa del fatto che un nuovo Regolamento europeo (n. 536 del 2014), che avrà effetto immediato in tutti i paesi membri entro l’anno prossimo, potrebbe azzerare di fatto un’istituzione faticosamente costruita sulle macerie morali dell’ultima guerra mondiale.

I Comitati etici sono infatti figli non solo del processo di Norimberga -- che fra i crimini commessi dai nazisti fece emergere anche pratiche abominevoli di sperimentazione sull’uomo -- ma anche della dichiarazione di Helsinki, che negli anni sessanta prese le mosse dalla consapevolezza che violazioni altrettanto gravi dell’etica continuavano ad avvenire in contesti civili e democratici del mondo occidentale.

Oggi tutto è cambiato e anche la ricerca clinica, come gran parte della medicina, è ormai sottomessa alle leggi del mercato e del profitto. Quasi tutti gli studi sono sponsorizzati dall’industria -- compresi molti di quelli che si definiscono “indipendenti” --, la quale li concepisce principalmente come strumenti per raggiungere obiettivi commerciali: ottenere l’immissione di un prodotto sul mercato e promuoverne il consumo.

L’oscuro lavoro dei Comitati etici è assicurare alla collettività che gli scopi commerciali (di per sé legittimi in un sistema che ammette il profitto nel campo della salute) non compromettano le finalità di conoscenza e di miglioramento della salute che la ricerca clinica dovrebbe comunque garantire. In sostanza, ridotta ormai quasi a zero la possibilità che i malati vengano trattati come cavie con pericolo per l’incolumità, ci si deve guardare da una più sottile prevaricazione: che se ne sfrutti la buona fede per “arruolarli” in ricerche che servono solo al marketing.

In realtà negli ultimi 25 anni, da quando i Comitati etici nati spontaneamente negli istituti di ricerca  sono stati inquadrati da norme nazionali e sovranazionali, hanno avuto ben poco potere per correggere i difetti della ricerca clinica. Ciò ha dato fiato a chi da sempre li vede come un inutile impaccio e un ostacolo al libero dispiegarsi della concorrenza commerciale anche in questo settore. Queste voci hanno trovato ascolto negli organismi politici dell’Unione europea e degli Stati uniti, che quasi contemporaneamente stanno dandosi da fare per aumentare la capacità di attrarre i sempre più ingenti finanziamenti privati alla ricerca, per evitare che emigrino verso sponde più compiacenti.

Da qui nasce il nuovo Regolamento europeo sulla sperimentazione clinica dei medicinali, di cui si diceva all’inizio, che come un suo omologo statunitense dichiara esplicitamente l’intento di migliorare soprattutto l’efficienza, in termini di tempi e di costi, della valutazione sulla ricerca, allo scopo di aumentare la competitività del sistema, anche a costo di comprimerne la qualità, sino al limite dell’irrilevanza.

Riguardo i Comitati etici, il Regolamento dichiara ipocritamente di lasciare liberi i singoli Stati di decidere come organizzarne l’attività, ma pone in realtà vincoli così stretti di tempistica e di autofinanziamento da renderne praticamente impossibile sia il funzionamento con l’attuale struttura di organismi collegiali (per esempio in Italia la riforma Balduzzi del 2012, appena completata, li ha resi ancor più ipertrofici) sia una ristrutturazione che ne aumenti l’efficienza garantendo la qualità, perché le attuali tariffe corrisposte dagli sponsor saranno invece drasticamente ridotte.

E allora come si farà? Il Regolamento ha pensato anche a questo: se i Comitati etici non ce la faranno a rispettare i tempi tagliati con risorse mutilate, entrerà in azione il silenzio assenso. Una bestemmia con cui si afferma di fatto che la valutazione etica della ricerca è qualcosa di futile, che se arriva bene, altrimenti se ne può fare a meno.

 

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 4 gennaio 2016