Il comma 22 delle linee guida

ritratto di Roberto Satolli

Dice il comunicato della Lorenzin che la nuova legge sulla responsabilità professionale del medico è una svolta nella lotta alla medicina “difensiva” poiché “il medico non sarà più responsabile neppure per colpa grave se rispetta le linee guide”.

Si fa fatica a seguire il ragionamento: come è possibile che un medico provochi involontariamente la morte o la lesione del malato pur seguendo scrupolosamente le indicazioni della comunità scientifica? Sembra un comma 22. L’unica spiegazione logica è che queste ultime siano sbagliate ed espongano gli assistiti a rischi gravi ed evitabili. Allora bisognerebbe cambiarle, o il magistrato dovrebbe incriminare coloro che le hanno scritte.

In verità si possono fare molti esempi di come l’applicazione pedissequa di raccomandazioni “scientifiche” troppo interventiste costituisca una minaccia concreta per la salute dei cittadini. In generale, tutte le volte che senza prove solide si afferma “più basso è, meglio è” a proposito di valori come la pressione, gli zuccheri, il colesterolo, o quando si propongono screening come quello per il cancro alla prostata o alla tiroide, è reale la possibilità di produrre più danni (compresa la morte) da eccesso di trattamento, che vantaggi.

La norma, articolo di una legge che presenta anche aspetti positivi, è stata approvata la settimana scorsa alla Camera, nonostante molteplici e accorate segnalazioni da parte di persone ed enti competenti in materia di sanità. Ora deve passare in Senato, ma si parla addirittura di inserirla nella legge di stabilità, che come al solito sta diventando un contenitore improprio per cose che con la stabilità non hanno nulla a che fare, anzi. E’ urgente che tutti si rendano conto di quanto sia pericoloso il paradosso che quel comma contiene, prima che diventi legge dello Stato.

Gli errori sono due. Il primo è la trasformazione delle linee guida in indicazioni cogenti, che i medici sono costretti a rispettare se vogliono evitare di essere incriminati. Da quando se ne parla, non ci si è mai stancati di ripetere che le raccomandazioni scientifiche servono a migliorare la pratica clinica e non a sostituire il giudizio dei professionisti. Per questo devono essere condivise con tutti gli attori delle cure, ma non vincolanti. La possibilità di discostarsene nel singolo caso è una fondamentale garanzia per il malato di ricevere la cura migliore in quel determinato momento, purché abbia fiducia nei suoi curanti. La medicina “difensiva” consiste proprio nel rinunciare a quella libertà e responsabilità per ripararsi dai possibili colpi della magistratura, ma con questa legge anziché combattere quella deriva la si rende addirittura obbligata.
Il secondo errore diventa più grave per effetto del primo e riguarda chi deve scrivere le linee guida. La proposta della legge è di affidare il compito alle società scientifiche, associazioni che rappresentano il punto di vista degli specialisti di una singola materia.

Fare linee guida richiede in sostanza di soppesare tutti i dati a disposizione per decidere a chi e quanto estendere l’indicazione di un trattamento, che sia un farmaco per il diabete o un intervento chirurgico sulle coronarie. E’ un bilancino delicato: se si largheggia si rischia di fare danno, se si è troppo prudenti si rinuncia a possibili opportunità di cura. Si concorda universalmente che ci vogliono molte diverse competenze (clinici, metodologi, esperti di sanità pubblica, anche rappresentanti dei malati e dei cittadini), coordinate da qualcuno che stia il più possibile sopra le parti.
E’ un’incombenza che il sistema sanitario pubblico non può delegare a nessun altro, pena il rischio di minare alle basi le ragioni della propria esistenza e sostenibilità.

Anche dal punto di vista delle società scientifiche, che attraverso la loro Federazione si stanno compiacendo del riconoscimento e dell’opportunità che è loro offerta, la cosa dovrebbe invece essere vista come un boccone avvelenato.  Rischiano di farsi carico di una responsabilità che non tocca a loro e che non può essere sostenuta efficacemente da organizzazioni private e parziali: con la nuova legge diventerebbero direttamente imputabili di ogni errore di valutazione che produca danni per la salute dei cittadini, e le casse dello Stato.

 

Pubblicato su Il FattoQuotidiano del 26 novembre 2015