Il “mestiere” di medico

ritratto di Redazione Zadig

di Giorgio Cosmacini, storico della medicina e della sanità

Cento anni fa, rivolgendosi Ai medici futuri (Roma 1920) il maggior clinico italiano d’allora, Augusto Murri, scriveva: “Ai tempi miei il medico condotto era un pover’uomo che per poche decine di lire doveva saper fare tutto”; e sessant’anni fa, il maggior clinico italiano del tempo, Cesare Frugoni, ai colleghi convenuti a congresso (Roma 1953) faceva notare che “tra la coscienza e sensibilità del medico e quella del malato si interpone il fattore inanimato di innumerevoli strumenti che, mentre sono di immensa utilità pratica agli effetti della diagnosi, diminuiscono fatalmente i contatti fra i curanti e pazienti”.

Nelle parole dei due grandi medici del passato, testimoni dei loro tempi e preveggenti il futuro, si coglie la duplice tendenza di come il “mestiere del medico” s’è venuto configurando fino ad oggi: da un lato la sempre più diffusa mutazione del “generalista” – medico di famiglia o di base – nello “specialista”, settorialmente più dotto ed esperto, ma spesso privo di una visione d’insieme; d’altro lato il sempre maggior avvicinamento tecnologico alla realtà fisiopatologica della malattia con il rischio frequente di un sempre maggior distanziamento antropologico dalla realtà umano-sociale del malato.

E’, quest’ultimo, uno dei paradossi della medicina odierna: quello, nel tempo della sua benemerita tecnologizzazione assicurante una maggior quantità e una migliore qualità di vita, di registrare una larga insoddisfazione da parte dei pazienti per come essa viene in molti casi gestita ed erogata, con benefici sovente ridotti e talora mancati a causa della perdita del contatto umano e di una socializzazione degenerata in burocratismo.

In tempi di crisi, come questo in cui viviamo, si profila un fallimento del successo come gli economisti definiscono il rischio incombente? “Crisi” è parola che, in medicina, ha un significato anche “salutare”. Può significare l’occasione da non perdere per riappropriarsi della piena identità del “mestiere”, tanto aggiornato tecnicamente quanto umanamente coinvolto.

E’ questa figura del medico, in continua mutazione negli anni, che emerge dalle pagine di Tempo Medico, rivista che ha accompagnato per mezzo secolo il “mestiere” e che è stata guida e compagna per molti camici bianchi.