Carni rosse e morti da parto

ritratto di Roberto Satolli

“Carni rosse quasi assolte” di febbraio fa il paio con “Morti da parto: gli ispettori accusano” di gennaio. Il tono generale dei titoli giornalistici rende conto di come l’opinione pubblica recepisce le iniziative con cui il ministro della salute Beatrice Lorenzin interviene nell’attualità commissionando “istruttorie” che si concludono con presunte sentenze.

Sulle carni rosse è come se, di fronte a un’enciclica del papa, si chiedesse a un parroco di campagna di correggere il tiro. Con tutto il rispetto per il Comitato nazionale per la sicurezza alimentare (CNSA), bisogna ricordare che l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) di Lione non è autorevole per il livello dei suoi esperti, che è alto, ma per il rigore e la trasparenza del metodo con cui traggono le conclusioni a partire dai dati scientifici. Che le carni rosse, soprattutto se cotte alla brace, siano cancerogene è un fatto che si basa su prove ormai forti, il che non significa che le carni siano fortemente cancerogene, né che siano la sola causa del cancro.

Per sciogliere questi equivoci (di cui ovviamente non c’è traccia nelle conclusioni della IARC) non c’era bisogno di montare una “approfondita istruttoria”, che tanto approfondita non è, visto che la sezione del CNSA ammette di non avere “una completa conoscenza dei dati a supporto” del lavoro IARC, perché non sono ancora stati pubblicati per intero. E continua ricordando verità scontate come: il cancro non è dovuto solo all’alimentazione, attenti alla cottura, le proteine animali sono indispensabili, seguite la dieta mediterranea. Avrebbero fatto più bella figura ricordando alla ministra che stabilire quali sostanze sono cancerogene è compito istituzionale della IARC, che lo fa in maniera impeccabile.

Eppure tutto ciò passa al pubblico come “allarme ridimensionato” o “smentita” dell’Agenzia internazionale.

Missione compiuta? Dipende da quale fosse lo scopo della ministra, che sembra essere piuttosto animata dal desiderio di additare qualche possibile colpevole quando l’opinione pubblica è agitata da notizie allarmanti. E qui vale l’esempio delle morti per parto.
Purtroppo ancora oggi si può morire dando vita a un figlio, anche se in Italia abbiamo uno dei tassi più bassi al mondo, ben lontano dai record negativi di paesi come la Sierra Leone. Le statistiche dicono che i casi sono circa 50 su mezzo milione di nascite l’anno. Se i decessi di un mese si concentrano in pochi giorni, come è avvenuto a gennaio, è giusto spedire gli ispettori ministeriali per scoprire che cosa è successo?

Gli epidemiologi spiegano che i cluster di eventi rari sono quasi invariabilmente frutto del caso. Ma qui c’è il dolore di intere famiglie colpite dal lutto di giovani vite spezzate. Purtroppo, però, ancora una volta l’inchiesta partorisce un topolino. Leggendo le relazioni sul sito del Ministero si resta perplessi rispetto alla genericità e vaghezza delle “criticità organizzative e cliniche” che si sarebbero rilevate in alcuni casi, alle quali ci si riferisce con espressioni di tono burocratico, ripetute quasi identiche con il “copia e incolla”. Per esempio in diversi casi si ripete che “è emersa la necessità di aumentare negli operatori l’aderenza alle procedure relative alle condizioni di rischio che possono essere presenti in gravidanza, con particolare riferimento alla problematica delle infezioni”. Laddove una seria verifica dovrebbe approfondire le circostanze che rendono ogni caso unico.

Il guaio è che in questo modo si conferma nel pubblico la convinzione che la medicina sia potenzialmente onnipotente e che quando in ospedale si muore è sempre per colpa di qualcuno che ha sbagliato, ma così facendo non si migliorano le cose per il futuro. Gli strumenti giusti per aumentare la qualità imparando anche dagli episodi tragici ci sono, per esempio l’audit clinico e la sorveglianza epidemiologica, che nel caso delle morti materne sono entrambi ben attivi in Italia. Certo, se poi con questi strumenti dovesse emergere anche una responsabilità professionale, è la magistratura che dovrebbe muoversi con i suoi strumenti.

Nel nostro paese soffriamo da tempo di una sindrome da invasione di campo, per cui ogni autorità preferisce ignorare i limiti della propria responsabilità e cercare di sovrapporsi o sostituirsi a quelli di altri, con il risultato di sconfermarsi a vicenda. Molti incidenti sanitari degli ultimi anni -- dal caso Stamina alla sperimentazione animale, dal calo delle vaccinazioni ai falsi allarmi ricorrenti -- sono frutto della generale sfiducia generata dalla babele delle istituzioni che si invadono e si smentiscono a vicenda.
Il Ministero della salute, in un sistema sanitario frammentato localmente, ha una responsabilità troppo grave per lisciare il pelo a un’opinione pubblica disinformata.

 

Pubblicato su il Fatto Quotidiano del 15 febbraio 2016