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SANITA'

Toscana e Lombardia: due modelli a confronto

egli assessorati alla sanità di tutta Italia fervono i lavori. I piani regionali sanitari, il documento di programmazione cui la legge affida la specificazione e l'attuazione del piano nazionale, sono in scadenza. Quelli nuovi, validi per il triennio 2002-2004, dovrebbero essere operativi già all'inizio di gennaio.
Nelle regioni più solerti (poche) la bozza del testo è già passata attraverso la Giunta e attende di essere discussa, per l'approvazione finale, dal Consiglio regionale. Prendendo spunto dai progetti più definiti, dunque, qualche confronto è già possibile.
Lombardia: privato e libertà di cura
Punteggiato da molte tabelle dedicate ad altrettanti obiettivi specifici, il piano regionale lombardo affronta attraverso un lungo e dettagliato percorso (quasi 300 pagine) tutti gli aspetti del sistema sanitario: la strategia complessiva, peraltro, è unitaria e punta esplicitamente alla piena attuazione della legge regionale 31/97, quella che ha disegnato il cosiddetto modello lombardo di sanità.
In questo quadro è previsto che in tutte le province della regione i grandi ospedali pubblici siano trasformati in azienda, così da realizzare sull'intero territorio lombardo la separazione tra chi eroga le prestazioni sanitarie e chi le acquista (le ASL). Per i grandi ospedali si auspica la forma giuridica della fondazione, sovrapponibile a quella che la legge approvata in Parlamento il 15 novembre scorso prevede per gli IRCCS. Secondo il piano lombardo, le fondazioni ospedaliere saranno aperte anche al privato non profit, sia pure con una gestione controllata da un organo di sorveglianza che dovrebbe essere composto esclusivamente da rappresentanti degli enti pubblici.
Lungo la stessa linea, l'equiparazione tra pubblico e privato verrà estesa anche alle prestazioni ambulatoriali, concedendo alle strutture private la facoltà di prescrivere direttamente, anche al di fuori del regime di ricovero, indagini diagnostiche o interventi ambulatoriali che richiedono attualmente, anche dopo il primo contatto con i pazienti, l'impegnativa del medico di base.
Le ASL, da parte loro, dovranno progressivamente abbandonare la gestione diretta dei servizi sanitari (il piano prevede che siano "esternalizzati"), per accentuare il ruolo di acquisto di servizi sanitari. Si rilancia anche qui una nuova forma giuridica: le ASL potranno diventare soggetti di diritto privato, con il ruolo di agenzia al servizio dei cittadini, gestita in associazione con comuni ed enti privati. In questa ottica la funzione di controllo delle prestazioni sanitarie - come "terzo attore", sopra le parti - verrebbe lasciata in prevalenza agli uffici regionali.

L'intervento sarà solo a posteriori
Tra le pieghe del progetto, giustificato dai risultati della passata gestione, che vengono ripetutamente definiti soddisfacenti, affiora anche qualche autocritica. E' il caso della cardiochirurgia. Questo settore non soltanto appare sovradimensionato (circa il 30 per cento delle prestazioni, secondo il piano, è destinata attualmente a pazienti che provengono da altre regioni) ma è eccessivamente frammentato: 7 strutture su 20 (anche questo dato viene fornito dal testo del piano sanitario) non arrivano infatti a 500 interventi annui; quindi anche con presumibili livelli di appropriatezza degli interventi non adeguato. Tutto questo ha portato le autorità regionali alla decisione di non concedere altri accreditamenti e a quella di annunciare in un prossimo futuro, dopo un congruo periodo di osservazione, la riorganizzazione del comparto. Ma nel complesso non si prevedono cambiamenti di rotta nella gestione della sanità. Dal documento approvato in giunta sembra di poter dedurre, in particolare, che l'assessorato lombardo continuerà a negare contingentamenti preventivi delle prestazioni, intervenendo soltanto a posteriori, mediante la riduzione dei DRG, quando l'eccessivo volume di attività costringe a tagliare la tariffa dei rimborsi.
Un altro dei piani già formulati, quello toscano, è un documento più scarno, caratterizzato dalla volontà di rinnovare la medicina territoriale mediante l'introduzione a titolo sperimentale (verrà attuata soltanto in alcune realtà locali) delle "Società della salute". Tra gli attori che calcano la scena della sanità pubblica italiana, si tratta di un debutto assoluto. La forma giuridica prescelta sarà probabilmente quella del consorzio, con due azionisti principali: le ASL, che contribuiranno con una quota dell'80-85 per cento, e i comuni (con una quota azionaria tra il 15 e il 20 per cento). Ma si invoca la partecipazione anche dei medici di base e delle organizzazioni non profit che operano in ambito sanitario o sociosanitario.
"L'obiettivo di questa nuova formula è di garantire alla medicina territoriale una più ampia rappresentanza dei bisogni della popolazione, valorizzando la comunità locale e le sue energie" osserva Cesare Cislaghi, coordinatore dell'Agenzia regionale sanitaria della Regione Toscana. "Così verranno utilizzate meglio, tra l'altro, anche le Misericordie, un esempio di associazionismo in campo sanitario che in questa regione è collaudato da secoli. Le Società della salute saranno in ogni caso un modello di imprenditorialità locale, fondato sulla certezza del finanziamento e dotato di autonomia decisionale e di responsabilità. Tanto per intenderci, se a fine anno il bilancio non quadrasse, dovranno chiudere e tutto tornerà alle Aziende sanitarie locali. L'ambizione finale è quella di cambiare, decentrandola e rendendola più partecipata, la gestione della medicina di primo livello".
Essenziali per il loro successo sono il numero e le dimensioni delle Società della salute: in totale una cinquantina, contro le 12 ASL in cui è suddivisa attualmente la regione, con una popolazione compresa tra 50 e 100.000 cittadini per ognuna di loro. Di fatto, le Società della salute coincideranno con gli attuali, ma di fatto incompiuti, distretti.
Seduti allo stesso tavolo, ASL e comuni non dovrebbero più essere in competizione tra loro: verrebbe così facilitata quella integrazione sociosanitaria che finora è stata predicata invano. La presenza nella società dei medici di base e delle organizzazioni non profit potrebbe permettere, d'altra parte, di riformulare la rete dei servizi extraospedalieri (a cominciare dagli ambulatori specialistici e dall'assistenza domiciliare) sulla base delle esigenze reali, riducendo nello stesso tempo i costi. Quanto agli ospedali di zona, questi rimarrebbero di proprietà delle ASL, ma con l'obbligo di stipulare con le Società della salute un piano vincolante di coordinamento. Per avere un quadro completo di quella che potrebbe essere la sanità toscana del futuro, non va dimenticato, infine, che da anni le cure ad alta intensità vengono discusse e programmate a livello di "aree vaste" (in regione sono tre: Pisa e il litorale, Firenze e Siena).

La vera sfida: fuori o dentro il pubblico?
Il confronto Lombardia-Toscana è soltanto uno tra i molti possibili ma è significativo. Gli obiettivi intermedi per lo sviluppo del pianeta sanità - come la sburocratizzazione del sistema e l'acquisizione di nuove risorse sociali ed economiche, ma anche una maggiore coerenza con i princìpi della medicina basata sulle prove - sono, almeno a parole, condivisi da tutti i responsabili locali della sanità. Ma, parallelamente alla forte accelerazione dell'autonomia regionale registrata in Italia durante gli ultimi anni, le ipotesi di soluzione disegnate dai singoli piani regionali per raggiungere questi scopi rivelano una divaricazione sempre maggiore.
Se le soluzioni proposte non riusciranno a vincere le resistenze degli assetti vigenti e resteranno sulla carta (anche questo, in realtà, è un rischio), il pericolo è che si cancellino valori irrinunciabili per un modello fondato sul diritto universale alla salute oppure, e non sarebbe un male minore, che si deludano le aspettative di maggiore efficienza in cui sperano tanti cittadini.
E' evidente, per esempio, che il modello lombardo privilegia la libertà di cura, sia sul versante dell'offerta sia su quello della scelta delle prestazioni: in teoria, qualsiasi cittadino lombardo può scegliere già oggi tra una grande varietà di servizi sanitari. Nell'ipotesi delle Società della salute, invece, la preoccupazione principale è quella di garantire, attraverso una programmazione il più possibile partecipata, percorsi diagnostici e terapeutici aderenti alla realtà.
Se questo obiettivo fallirà, potrebbe mancare anche il consenso della popolazione e le Società della salute inventate a Firenze sarebbero destinate a non avere seguito: questa è la sfida del modello toscano e, in generale, dei tentativi di rinnovamento dall'interno del servizio pubblico. E' altrettanto vero che, come ogni soluzione fondata sul mercato sanitario come motore di sviluppo, quella portata avanti a Milano tende a ridurre drasticamente il ruolo della programmazione. Il suo pericolo è di favorire lo squilibrio del sistema in termini di volume e appropriatezza delle prestazioni ma anche di opportunità di accesso, privilegiando gli interventi più remunerativi e selezionando gli utenti in base a categorie di rischio o economiche.

Giovanni Padovani

 

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