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BIONDE IN AZIENDA: VIETARE NON BASTA


Una sentenza che lascerà il segno. Il giudice Walter Saresella, del Tribunale di Milano, ha condannato per omicidio colposo il direttore e il capoufficio di una banca del capoluogo lombardo, colpevoli di non aver protetto in modo adeguato una lavoratrice dal fumo dei colleghi. La donna era asmatica e il fumo di sigaretta ha aggravato le sue condizioni al punto da provocarne la morte. Che il fumo passivo mieta vittime non è una novità.

Una recente indagine sull'impatto sanitario dell'esposizione al fumo ambientale in Italia (vedi Tempo Medico numero 728, pagina 10) ha stimato in almeno 2.500 le morti attribuibili ogni anno a questo fattore di rischio. Ma è la prima volta che un datore di lavoro viene incriminato per non aver provveduto a liberare gli ambienti di lavoro dal fumo di sigaretta. "Erano tenuti a farlo" spiega Luca Ricci, avvocato di parte civile "perché la legge per la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori (la famosa 626/94) impone all'azienda di effettuare una valutazione dei rischi presenti negli ambienti di lavoro e di individuare e attuare le misure di prevenzione per ridurli".

Invece, i dirigenti dell'istituto bancario hanno minimizzato le conseguenze dell'esposizione al fumo e non hanno preso i provvedimenti necessari. Eppure, entrambi sapevano che la donna soffriva di asma allergica perché per quel motivo era stata assunta come invalida civile; ciononostante, le hanno assegnato una postazione di lavoro in un luogo di passaggio, privo di aerazione diretta e naturale (cioè senza finestre), dove spesso altri lavoratori si fermavano a fumare. Hanno ignorato le ripetute richieste di trasferimento in uffici più adatti e non hanno preso in considerazione il certificato medico che sconsigliava di mantenere la lavoratrice in quelle condizioni.

Preso atto del comportamento degli imputati, sentiti i periti e valutata la letteratura scientifica, il giudice ha considerato l'aggravarsi delle condizioni della lavoratrice come un evento prevedibile e prevenibile, e la sua una morte annunciata. E' vero, come si legge nella sentenza, che Monica (trentacinque anni, madre di un bambino di 10) soffriva di una patologia preesistente, ma il fumo di sigaretta ha avuto un ruolo concausale, e non di contorno, nell'aggravare un quadro clinico già precario e nel determinare l'esito fatale. Quand'anche non fosse l'unica causa dell'evento, l'alta probabilità che il fumo passivo abbia agito da concausa è giuridicamente rilevante ed è sufficiente per condannare gli imputati alle loro responsabilità.

"L'alta probabilità" dicono i consulenti tecnici del pubblico ministero "è un concetto rilevante in tema di nesso eziologico per la giurisprudenza ormai consolidata anche al livello del Supremo collegio". Questa affermazione non ha convinto il chirurgo Gianni Ravasi, vicepresidente della Lega per la lotta contro i tumori che, intervistato dal Corriere della sera dopo la pubblicazione di questa sentenza (e di una altrettanto importante perizia presentata in Corte d'appello in cui il fumo attivo è riconosciuto come causa dell'insorgenza di cancro al polmone) si è sentito in dovere di sottolineare che "per il fumo passivo si è dimostrata la nocività, ma non si può stabilire se nel singolo caso è davvero responsabile della malattia. Il paziente potrebbe essere morto per quello, ma anche per altri motivi".

E più avanti aggiunge: "Il fumo agisce in associazione con altri fattori. Se una persona non ha una situazione genetica predisponente, può fumare tutta la vita senza andare incontro a danni". E ancora: "Ci sono persone che fumano 40 sigarette al giorno fino a 80 anni e non muoiono di tumore". Affermazioni che non ci si aspetta dai vertici della Lega contro i tumori a commento della notizia che per la prima volta in Italia viene riconosciuta dai tribunali la responsabilità del fumo attivo e passivo nell'insorgenza di gravi malattie.

Come mai si vuol essere più realisti del re? Mancanza di cultura giuridica? I soliti giornalisti che travisano le affermazioni degli intervistati? La deformazione professionale del chirurgo tutto sbilanciato verso la prevenzione secondaria? Ma, checché ne dica Ravasi, questa sentenza sul fumo passivo è destinata a lasciare il segno perché lancia un messaggio preciso: il fumo di sigaretta è un fattore di rischio che minaccia la salute e va eliminato.

E il datore di lavoro che non lo fa paga di persona. E non si illudano le aziende che basti appendere qualche cartello di divieto di fumo o diffondere qualche circolare che regolamenti le aree a disposizione dei fumatori. Alla filiale milanese della Paribas, dove è morta Monica, i cartelli c'erano ed erano stati emanati anche ordini di servizio che chiedevano di non fermarsi a fumare vicino alla sua postazione. Ciò che è mancata è l'attuazione "concreta e rigorosa" degli obblighi della protezione della salute della lavoratrice.

Non basta quindi considerare il fumo passivo un fattore di rischio, ma occorrono un'organizzazione coerente e azioni vincolanti in grado di realizzare nei fatti l'obiettivo della salvaguardia della salute di quei lavoratori che non vogliono essere esposti alle 4.000 sostanze nocive sprigionate dalle bionde che vanno in fumo

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