da Bioetica n. 1/2000
Morte cerebrale ed etica della sacralità della vita *
di Peter Singer** (traduzione di Stefano Rini)
Introduzione
La morte cerebrale è stata accettata come criterio di morte in modo sorprendentemente pacifico, perché in genere è stata presentata come una concezione scientificamente migliore della natura della morte. La scelta di tale criterio, quindi, è stata considerata non una questione morale ma un problema di pertinenza della scienza medica.
Il primo scopo di questo saggio è di mostrare che questa convinzione diffusa è sbagliata.
Il secondo è di mostrare lerroneità della tesi secondo cui criterio di morte è la morte di tutto il cervello. Il terzo è di mostrare che respingere il criterio della morte cerebrale significa alzare la posta in gioco nel dibattito tra i sostenitori della tesi tradizionale della sacralità della vita e coloro che intendono respingerla, e che il risultato di tale circostanza è di rendere meno attraente la tesi tradizionale. Il quarto e ultimo scopo è di additare una soluzione migliore.
Origini del nuovo criterio di morte
Nei miei scritti precedenti su questo tema, ho fatto risalire lemergere del nuovo criterio di morte al suggerimento presentato a Robert Ebert, preside della facoltà di medicina dellUniversità di Harvard, dal prof. Henry Beecher, presidente di una Commissione costituita dalla medesima Università per valutare letica della sperimentazione sugli umani: secondo tale suggerimento, la Commissione doveva porsi innanzitutto la questione della definizione della morte. Beecher riferì a Ebert che questa idea era emersa dalle conversazioni che aveva avuto con il dottor Joseph Murray, chirurgo del Massachusetts General Hospital e pioniere del trapianto del rene. La necessità di considerare in modo più approfondito la definizione della morte, scrisse Beecher, emergeva dal fatto che "tutti i grandi ospedali hanno pazienti in attesa di donatori adatti".1
Il problema assunse unurgenza ancora maggiore quando il dottor Christian Barnard realizzò il primo trapianto cardiaco. Poco dopo, in effetti, Ebert, costituì la Commissione di studio sulla morte cerebrale e ne affidò la presidenza a Beecher. La relazione finale della Commissione fu pubblicata sul Journal of the American Medical Association nellagosto del 1968. Essa si apre con queste parole:
"Il nostro obiettivo principale è di definire come nuovo criterio di morte il coma irreversibile. La necessità di una definizione è legata a due ragioni: 1) il miglioramento delle procedure di rianimazione e di mantenimento in vita ha prodotto una moltiplicazione dei tentativi di salvare anche persone in condizioni disperate. A volte questi sforzi colgono successi soltanto parziali che hanno come risultato un individuo il cui cuore continua a battere, ma il cui cervello è irreversibilmente danneggiato. Questa situazione comporta difficoltà enormi per i pazienti permanentemente privi di capacità intellettive, per le loro famiglie, per gli ospedali e per tutti coloro che hanno bisogno dei posti letto occupati da questi pazienti in coma. 2) I criteri di morte obsoleti possono innescare controversie nel momento in cui si va alla ricerca di organi per i trapianti."
Coloro che tendono a considerare laccettazione della morte cerebrale come una questione puramente scientifica faranno bene a osservare che la commissione di Harvard non dice affatto che occorre procedere a una nuova definizione della morte perché gli ospedali hanno nelle proprie corsie molti pazienti che di fatto sono morti ma che vengono tenuti attaccati ai respiratori perché la legge non li riconosce tali. Segnala invece i benefici che una nuova definizione potrebbe avere in termini di riduzione degli oneri che i pazienti "comatosi" comportano a famiglie, ospedali e pazienti in attesa di un letto (nonché, aggiunge senza ulteriori spiegazioni, delle difficoltà che ricadono su loro stessi).
Nellesporre le proprie ragioni a sostegno della necessità di una ridefinizione della morte, Beecher è stato sorprendentemente franco. In un discorso tenuto alla American Association for the Advancement of Science afferma:
"La nuova definizione ci consentirà di salvare molte vite umane, poiché, se accettata, ci permetterà di disporre di un maggior numero di organi essenziali in condizioni vitali per i trapianti e quindi di salvare moltissime vite umane che oggi vanno inevitabilmente perdute".2
La relazione finale della Commissione di Harvard non afferma in nessun punto che la nuova definizione di morte rifletta particolari scoperte scientifiche o concezioni più avanzate concernenti la natura della morte. Se la Commissione raccomanda la nuova definizione di morte, è perché lo status quo crea difficoltà gravi a persone e istituzioni, e impedisce di usare in modo appropriato gli organi delle persone in "coma irreversibile" per salvare altre vite umane. Ma quando si dice che è bene evitare queste difficoltà e garantire la possibilità di usare questi organi, si pronuncia un giudizio etico, non un giudizio scientifico. Perciò la decisione di abbandonare la definizione tradizionale di morte e di optare per la nuova definizione in termini di morte cerebrale è stata una decisione etica e non scientifica.
La morte come perdita irreversibile della funzionalità organica integrata
Chi ritenesse che la ridefinizione della morte in termini di morte cerebrale non implica un giudizio etico potrebbe argomentare che la Commissione di Harvard ha fatto la raccomandazione giusta per le ragioni sbagliate.
Ebbene, quali sarebbero le ragioni di carattere non etico a favore di tale cambiamento? Una risposta tipica è che lintroduzione dei metodi moderni di terapia intensiva ha reso vago e indeterminato il concetto di morte, rendendo necessaria lelaborazione di una teoria che valga a chiarirlo. Il problema è se questo possa farsi senza lintrusione del giudizio morale.
Il tentativo più coerente e apprezzato di difendere questa tesi è quello messo a punto da due noti bioeticisti cattolici, Germain Grisez e Joseph Boyle, nel loro libro Life and Death with Liberty and Justice. Grisez e Boyle sostengono che su un piano teorico la morte va intesa come "linterruzione definitiva del funzionamento integrato caratteristico di un corpo vivente". In questa prospettiva teorica, continuano,
"tenuto conto del ruolo del cervello nella conservazione dellequilibrio dinamico di un sistema comprendente il cervello stesso, cè una ragione cogente per definire la morte in termini fattuali come lo stato di cose in cui si dà una perdita completa e irreversibile del funzionamento dellintero cervello. Accettare questa definizione non significa operare una scelta basata su una valutazione di varie caratteristiche umane, ma semplicemente aderire a una teoria che quadra con i fatti".3
Questo passo solleva due interrogativi. Il primo: è corretto dire che la definizione teorica proposta è semplicemente una definizione che "quadra con i fatti" e non una scelta basata su una valutazione di varie caratteristiche umane? Il secondo: è proprio vero che la perdita completa e irreversibile della funzionalità dellintero cervello quadra con questa definizione teorica della morte come fine del funzionamento organico integrato?
Per rispondere al primo interrogativo, analizziamo unobiezione sollevata dagli stessi Grisez e Boyle:
"Qualcuno potrebbe obiettare che come le funzioni di altri organi possono essere surrogate artificialmente, così forse la funzione di integrazione svolta dal cervello potrebbe essere vicariata da un computer. Il respiratore non mantiene tutto lorganismo intatto, ma assicura la funzionalità di molte sue parti allinterno del sistema, anche quando tutto il cervello è morto".4
La replica di Grisez e Boyle è che, innanzitutto, la possibilità di surrogare il funzionamento del cervello è puramente teorica. Sennonché, questo forse era vero quando essi hanno pubblicato il loro libro, nel 1979; ma ora, essendo accertata la possibilità di tenere in vita per settimane, mesi e addirittura anni pazienti in stato di morte cerebrale, sembra falso.
Una ricerca condotta da Alan Shewmon, professore di neurologia pediatrica presso la facoltà di medicina dellUniversità di California, Los Angeles, ha recensito tutta una serie di casi di pazienti "sopravvissuti" in stato di morte cerebrale per periodi più o meno lunghi, e precisamente 175 per almeno una settimana, 80 per almeno due settimane, 44 per almeno quattro settimane, 20 per almeno due mesi e 7 per almeno sei mesi. In tutti questi casi cera una diagnosi formale di morte cerebrale pronunciata da un medico, di solito con la collaborazione di almeno un neurologo o un neurochirurgo. Shewmon osserva che molte volte si tratta di "inequivoche situazioni di morte cerebrale confermata da numerosi esami clinici: EEG, flusso sanguigno intracranico e autopsia". In molti di questi casi, inoltre, il trattamento alla fine era stato sospeso e tutto fa pensare che, se fosse stato mantenuto, il numero dei pazienti "sopravvissuti" per lunghi periodi sarebbe stato più alto. Come dice Shewmon, la diagnosi di morte cerebrale è quasi sempre "una profezia autoavverantesi", essendo seguita dal prelevamento di organi o dalla sospensione del trattamento.5 E vero che finora il cervello non è stato rimpiazzato da un computer, ma potrebbe essere rimpiazzato da una combinazione di tecnologia medica avanzata e di buona assistenza infermieristica; e leffetto sarebbe il medesimo: il corpo continua a funzionare.
Su questi casi Grisez e Boyle avanzano anche un dubbio empirico:
"Quando il respiratore mantiene in vita lintero organismo, è discutibile che ci sia una perdita completa e irreversibile del funzionamento dellintero cervello. Ma questo è un problema la cui soluzione spetta allindagine empirica, non alla filosofia".6
E vero: questo è un problema empirico e su di esso tornerò tra breve. Ma Grisez e Boyle riconoscono che esso non risolve la questione filosofica e proseguono affrontando questultima:
"Sul piano filosofico, allobiezione noi rispondiamo dicendo che, se il funzionamento del cervello è il fattore principale di integrazione di un organismo dotato di cervello, quando tale funzionamento viene meno, ciò che resta non è più nellinsieme ununità organica. Quandanche si mantenga lequilibrio dinamico delle parti restanti del sistema, complessivamente esso è un sistema meccanico e non organico".7
Questo sembra proprio sbagliato. Nel caso di pazienti affetti dalla sindrome "locked-in" causata da una lesione grave al tronco encefalico che ha risparmiato altre parti del cervello, è possibile surrogare virtualmente tutte le funzioni di integrazione proprie del cervello stesso ricorrendo a macchine.
Almeno in teoria, le macchine possono svolgere tutte le funzioni di integrazione. Eppure i pazienti affetti dalla sindrome "locked-in" restano coscienti. Alcuni sono in grado di dimostrarlo ammiccando in risposta alle domande che vengono loro poste. Altri non sono in grado di farlo.8 Ebbene, non sarebbe assurdo dire che, poiché le funzioni di integrazione proprie del cervello sono state rilevate da una macchina, il paziente è "un sistema meccanico e non organico", ossia che, pur essendo pienamente cosciente, è morto?
Il fatto che il nostro corpo sia in grado di integrare le proprie parti separate, oppure no, non è decisivo.
Se pensiamo che la perdita di tutte le funzioni integrate (spontanee) è legata alla morte più strettamente della perdita di tutte le funzioni (spontanee) dei reni, per poter provare la nostra tesi abbiamo bisogno di un argomento morale. Il caso, reale o ipotetico, di un paziente affetto dalla sindrome "locked-in" privo di qualsiasi funzione integrata spontanea dimostra che probabilmente argomenti simili sono destinati a non risultare convincenti.
Nella nuova definizione di morte, quindi, è implicita una concezione etica degli esseri umani il cui cervello ha irreversibilmente cessato di funzionare.
Lidea che questa definizione sia o una nuova scoperta scientifica o anche solo frutto di un chiarimento della vaghezza introdotta dai moderni metodi di terapia intensiva è un errore, e un errore molto diffuso. Già nel 1957, quando si incominciava a usare i respiratori, papa Pio XII aveva ripetutamente affermato che, quantunque la chiesa continui a ritenere che la morte interviene quando lanima si separa dal corpo,
"tocca al medico, e specialmente allanestesista, di dare una definizione chiara e precisa di "morte" e del "momento della morte" di un paziente che spira in uno stato di incoscienza".9
Il papa, quindi, di fatto demandava la soluzione di questo problema etico agli specialisti della medicina. Forse era mal consigliato. Ma non era interesse di nessuno né dei medici, né degli ospedali, né delle famiglie dei pazienti in stato di morte cerebrale, né dei potenziali destinatari degli organi contestare lidea rassicurante che accettare la nuova definizione di morte significava semplicemente affidarsi agli esperti su una questione tecnica e scientifica. Ciò spiega perché la nuova definizione ha trionfato senza suscitare grandi controversie. Ma la situazione sta già cambiando.
Due problemi nuovi per la morte cerebrale
Dietro linstabilità del consenso a favore della morte cerebrale ci sono i problemi posti da due circostanze:
nuove conoscenze concernenti la funzione del cervello in alcuni pazienti "cerebralmente morti"
la morte cerebrale viene generalmente definita come linterruzione irreversibile di tutte le funzioni del cervello.10 Sennonché oggi sappiamo che i test standard usati dai medici per stabilire la morte cerebrale non sono in grado di rilevare tutte le funzioni cerebrali. In termini generali si può dire che i test standard rilevano solo se il cervello in quel momento elabora informazioni mediante i sensi e il sistema nervoso.
Ma il cervello non è solo un elaboratore di informazioni. Ha anche la funzione di fornire ormoni che contribuiscono a regolare diverse funzioni corporee. Ebbene, i test standard non accertano se il cervello del paziente secerne questi ormoni. In molti casi questo avviene, ma nondimeno i test standard correttamente applicati diranno che il paziente è morto.
Di conseguenza, la definizione giuridica di morte cerebrale e la pratica medica corrente in tema di certificazione della morte cerebrale come morte hanno imboccato strade diverse.11
Ciò significa che, nelle legislazioni che richiedono la cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali prima che qualcuno sia legalmente riconosciuto morto, a volte si procede allespianto del cuore e al suo trapianto su terzi quando il donatore, per la legge, è ancora vivo.
Integrazione senza funzionamento del cervello
Se il primo problema nuovo posto dal criterio della morte cerebrale è che alcuni pazienti giudicati dai test in uso in stato di "morte cerebrale" hanno ancora delle funzioni cerebrali, il secondo problema è che altri individui, pur essendo dimostrabilmente privi di ogni funzione cerebrale, restano nondimeno evidentemente organismi umani viventi.
Per sopravvivere, essi non richiedono nemmeno una tecnologia medica particolarmente avanzata. Un paziente, chiamato "TK", attualmente ha unetà di diciotto anni e mezzo ed è in stato di morte cerebrale da quando ha contratto una forma di meningite alletà di quattro anni. Ecco come Shewmon descrive il caso:
"Ledema cerebrale era così grave che le suture craniali si aprirono. Negli ultimi quattordici anni e mezzo, i frequenti EEG sono risultati isoelettrici e non si sono osservati né movimenti respiratori spontanei né riflessi del tronco encefalico. I potenziali evocati multimodali non hanno rivelato nessun picco intracraniale, langiografia effettuata mediante la risonanza magnetica non ha registrato nessun flusso sanguigno intracranico e il neuroimaging ha dimostrato che lintera cavità cranica era piena di membrane disorganizzate, di fluidi ricchi di proteine e di vaghe tracce del cervello di un tempo".12
Questo giovane è a casa collegato a un ventilatore e viene alimentato tramite gastrostomia. Negli oltre quattordici anni trascorsi dallinsorgere della meningite egli non ha mai fatto registrare nessuna funzionalità cerebrale, ma è cresciuto e ha superato varie infezioni; le ferite arrecategli si sono rimarginate. Shewmon, che ha esaminato TK e ha documentato ogni cosa anche fotograficamente, conclude: "Indubbiamente egli è entrato in stato di morte cerebrale alletà di quattro anni; ma altrettanto indubbiamente è ancora vivo a diciotto anni e mezzo".13
Come abbiamo visto in precedenza, secondo Grisez e Boyle è dubbio che, quando un respiratore mantiene lintero organismo, si dia realmente una perdita completa e irreversibile dellintero cervello. E come abbiamo visto in certi casi forse hanno ragione: il cervello, per esempio, potrebbe continuare a svolgere funzioni ormonali. Ma in casi come quello di TK test inconfutabili hanno mostrato che il cervello non esiste più e che quindi non può esservi nessuna funzione cerebrale. Così, anziché ingenerare dubbi sullaffidabilità della diagnosi di morte cerebrale, questi casi ci costringono a riconsiderare lassunto su cui fanno leva Grisez e Boyle per giustificare laccettazione del criterio della morte cerebrale, ossia la tesi che un cervello funzionante sia condizione necessaria dellesistenza di un organismo integrato. Diversamente da loro, Shewmon conclude: "Lunità integrata del corpo deriva dalla mutua interazione delle sue parti, non dallazione sovraordinata di un "organo fondamentale" su un puro e semplice aggregato di organi e tessuti". Come ciò sia possibile e quali siano le parti che interagiscono per mantenere questa unità integrata, è uninteressante questione scientifica, ma esula dalla portata di questo saggio.14
Implicazioni di questi due problemi
Esaminiamo, per cominciare, le implicazioni del primo problema, ossia del fatto che alcuni pazienti attualmente dichiarati in stato di morte cerebrale e quindi usati per la donazione di organi hanno ancora un cervello funzionante. E significativo che, da almeno cinque anni, di articoli che recensiscono la letteratura su queste situazioni ne sono comparsi parecchi su riviste presenti in tutte le biblioteche mediche. Ed è ragionevole ipotizzare che almeno alcuni di coloro che li hanno letti avessero un atteggiamento improntato al principio del rispetto assoluto della vita. Eppure nessuno ha gridato allo scandalo. Di picchetti organizzati davanti agli ospedali che praticano i trapianti di cuore non cè notizia. Non si è notato neppure uno sforzo concertato di modificare la pratica medica corrente per far sì che nessun organo venga espiantato prima che siano venute meno tutte le funzioni cerebrali. Come si spiega tutto ciò? La ragione ovvia è che, anche se questi pazienti hanno alcune funzioni cerebrali, tali funzioni non sono quelle che ci stanno a cuore. Ma questo da un lato fa pensare che non tutte le funzioni cerebrali contano ugualmente e, dallaltro, solleva un interrogativo ulteriore: quali sono le funzioni che contano? E perché? Riprenderò queste domande fra breve, dopo aver considerato limplicazione del secondo problema.
Il secondo problema è che oggi ci sono buone ragioni per pensare che un organismo umano possa "sopravvivere" come organismo per anni dopo la cessazione di tutte le funzioni cerebrali e che quindi il cervello non è essenziale per il funzionamento organico integrato. Per coloro che, come Grisez e Boyle, considerano la morte come la perdita irreversibile del funzionamento organico integrato, questa circostanza lascia aperte due possibilità:
1. continuare a ritenere che la morte è la perdita irreversibile del funzionamento organico integrato e quindi respingere lidea che la morte cerebrale equivalga alla morte; oppure
2. abbandonare lidea che la morte è la perdita irreversibile del funzionamento organico integrato e mettere a punto una nuova concezione della morte che consenta di continuare a sostenere che la morte cerebrale equivale alla morte.
Gli sviluppi delle tesi di Shewmon su questo terreno meritano una breve digressione. In quanto cattolico, negli anni ottanta egli sostenne la tesi che la morte cerebrale equivale alla morte tout court e nel 1989 presentò alla Pontificia accademia delle scienze la difesa di una versione che identificava la morte cerebrale con la morte dellintero cervello. Attualmente respinge qualsiasi definizione della morte basata sul cervello. Questa tesi è stata fatta propria anche da un altro studioso cattolico di spicco, John Finnis, professore di diritto allUniversità di Oxford, e dall'arcivescovo di Colonia, il cardinale Joachim Meisner che ha dichiarato: "Da un punto di vista cristiano l'identificazione della morte cerebrale con la morte della persona non è più giustificabile".15
Secondo me, larcivescovo ha perfettamente ragione: chi desidera restare in unottica cristiana, e più specificamente cattolica, deve optare per la prima delle due alternative enunciate sopra. Essa collima con la visione tradizionale della morte e quadra con la tradizione ebraico-cristiana. Ma naturalmente solleva scottanti questioni etiche su trapianti d'organo e sospensione del trattamento per quei pazienti il cui cervello ha smesso irreversibilmente di funzionare.
Che dire dell'altra opzione? Alcuni hanno proposto nuove concezioni della morte che ci consentono di continuare a sostenere la tesi che la morte dell'intero cervello basta a giustificare una dichiarazione di morte. Il problema è se queste concezioni ci consentano di continuare a sostenere che la morte dell'intero cervello è anche una condizione necessaria della morte. Questa è l'opzione che mi accingo a discutere.
segue
Note della prima parte (torna indietro )
* Versioni precedenti di questo saggio sono state lette al Dipartimento di filosofia della Princeton University e alla Philosophical Society dellUniversità di Oxford. Sono grato a coloro che hanno partecipato a quegli incontri per le critiche molto utili che hanno formulato. Ringrazio in particolare John Finnis, che ha preso posizione sul mio saggio a Oxford, e Alan Shewmon, che mi ha fatto leggere, prima della pubblicazione, tre suoi saggi che promettono di lasciare il segno nel dibattito sulla morte cerebrale.
** Peter Singer, DeCamp Professor of Bioethics, University Center for Human Values, 5 Ivy Lane, Princeton University, Princeton, NJ 08544-1013 (USA).
1. H. Beecher a R. Ebert, 30 ottobre 1967. La lettera, che fa parte dei manoscritti di Henry Beecher presso la Francis A. Countway Library of Medicine della Harvard University, è citata in David Rothman, Strangers at the Bedside, Basic Books, New York 1991, pp. 160-61.
2. H. Beecher, "The New Definition of Death. Some Opposing Viewpoints", International Journal of Clinical Pharmacology, 5, 1971, pp. 120-121.
3. G. Grisez e J. Boyle, Life and Death with Liberty and Justice, University of Nôtre Dame Press, Nôtre Dame (Indiana) 1979, p. 77. Una tesi analoga è illustrata in D. Lamb, Death, Brain Death and Ethics, Croom Helm, London 1985.
4. Ibid.
5. D.A. Shewmon, "Chronic "Brain Death": Meta-Analysis and Conceptual Consequences", Neurology, 51, 1998.
6. G. Grisez e J. Boyle, Life and Death with Liberty and Justice, cit., p. 77.
7. Ibid.
8. A richiamare la mia attenzione sul significato della sindrome del "locked-in" in questo contesto è stato J. McMahan. Cfr. il suo "Brain Death, Cortical Death, and Persistent Vegetative State", in H. Kuhse e P. Singer (a cura di), A Companion to Bioethics, Blackwell, Oxford 1988.
9. "The Prolongation of Life: An Address of Pope Pius XII to International Congress of Anestesiologists", The Pope Speaks, vol. 4, 1057, p. 396 (trad. it. in Pio XII, Discorsi ai medici, Orizzonte medico, Roma, 1959, p. 614).
10. Cfr., per es., lo United States Uniform Determination of Death Act. Si noti che la Commissione di Harvard parla di assenza di "attività" del sistema nervoso centrale, non di funzionalità. Luso del termine "funzionalità", anziché del termine "attività", rende più permissiva la definizione di morte cerebrale, giacché, come ha riconosciuto la Presidents Commission for the Study of Ethical Problems in Medicine, in certe cellule o gruppi di cellule lattività elettrica e metabolica può continuare anche dopo che lorgano ha cessato di funzionare. Secondo la Commissione il proseguimento di queste attività non basta a impedire una dichiarazione di morte. (Cfr. il rapporto della stessa, Defining Death: A Report on the Medical, Legal and Ethical Issues in the Determination of Death, US Government Printing Office, Washington (DC) 1981, p. 74.
11. R. Truog e J. Fackler, "Rethinking Brain Death", Critical Care Medicine, 20, n. 1, 1992, pp. 1705-1713; A. Halevy e B. Brody, "Brain Death: Reconciling Definitions, Criteria and Tests", Annals of Internal Medicine, 119: 6, 1993, pp. 519-525; R. Veatch, "The Impending Collapse of the Whole-Brain Definition of Death", Hastings Center Report, 23: 4, 1993, pp. 18-24.
12. D.A. Shewmon, Chronic "Brain Death", cit.
13. D.A. Shewmon, ""Brain-Stem Death", "Brain Death" and Death: A Critical Re-evaluation of the Purported Equivalence", Issues in Law & Medicine, 14: 2, 1998.
14. Per una discussione più ampia, cfr. D.A. Shewmon, "The Brain and Somatic Integration: Insights into the Standard Biological Rationale for Equating "Brain Death" with "Death"", Journal of Medicine and Philosophy, in corso di stampa.
15. Sulla posizione di J. Finnis, cfr. i suoi commenti inediti alla mia presentazione di questo saggio presso la Philosophical Society di Oxford il 14 maggio 1998; su quella del cardinal Joachim Meisner, cfr. il suo Erklärung des Erzbischofs von Köln zum beabsichtigten Transplantationsgesetz (Dichiarazione dellarcivescovo di Colonia sulla proposta di legge sui trapianti dorgano), in Ethik Med, 6, 1994, pp. 189-207, cit. in Shewmon, Brain Stem Death, cit.
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