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Da Veronesi un primo segnale positivo per Eluana

La commissione ad hoc istituita dall'allora ministro della sanità Umberto Veronesi afferma che è legittimo interrompere il sostegno artificiale per i pazienti in stato vegetativo permanente

Per saperne di più:
 Il testo del Parere della Commissione Veronesi

Le analisi del Documento
(da Bioetica 2/2001) di:

  Maurizio Mori e Demetrio Neri
  Luciano Orsi
  Maria Cristina Morelli
  Carlo Alberto Defanti
  Sergio Rostagno
  Michele Schiavone
  Sandro Barni
  Angelo Fiori
  Francesco D'Agostino

Il 20 ottobre 2000 è stato istituito, con decreto del ministro della sanità, il gruppo di lavoro su nutrizione e idratazione nei soggetti in stato di irreversibile perdita della coscienza. Non è un caso se allora il ministro della sanità era Umberto Veronesi, uomo di scienza senza pregiudizi, che ha affidato a un gruppo di esperti, presieduto da Fabrizio Oleari, il compito di approfondire questo tema, delicata frontiera della recente bioetica. Il frutto del lavoro degli esperti è un documento articolato, che offre argomenti su cui confrontarsi con schiettezza. Ora, messo ufficialmente in agenda anche dal Comitato nazionale per la bioetica, questo dramma non può più essere sottaciuto.

Il documento: sospendere le cure
E' stato definito dallo stesso ministro un documento tecnico, ma anche in questa prospettiva il lavoro della Commissione Oleari resta un atto di importanza fondamentale, poiché la sua autorevolezza non deriva tanto dalla nomina ministeriale ma dalle argomentazioni addotte.
Senza usare bizantinismi il documento delinea i confini della questione, partendo da una premessa precisa: la differenza tra stato vegetativo persistente e permanente. Nel primo caso, si legge, "ci si riferisce solo a una condizione di passata e perdurante disabilità con un incerto futuro", mentre nel secondo "l'aggettivo permanente indica l'irreversibilità". Seguendo la letteratura più qualificata, la Commissione Oleari è concorde nell'affermare che "prima di dichiarare permanente, cioè irreversibile, lo stato vegetativo di origine traumatica di un soggetto adulto è necessario attendere almeno dodici mesi. Trascorso questo lasso di tempo, la probabilità di una ripresa di funzioni superiori è insignificante". L'analisi di precedenti di altri paesi serve da traccia per suggerire soluzioni dal punto di vista giuridico ed etico. In particolare sono tre le questioni delicate da affrontare: il diritto del paziente di rifiutare trattamenti salvavita, la legittimità dei testamenti di vita (living will) e lo status di nutrizione e idratazione artificiali.
Proprio su questo ultimo punto la commissione prende una posizione netta. Secondo il documento è possibile e legittimo interrompere l'idratazione e la nutrizione artificiali, considerati trattamenti medici a tutti gli effetti. Si può dunque lasciare morire in pace il paziente in stato vegetativo permanente, dopo accurati esami che stabiliscano l'irreversibilità della sua condizione.
Il concetto chiave che giustifica questa posizione è che nel caso di soggetti in SVP la nutrizione e l'idratazione si riducono alla somministrazione di composti chimici che solo i medici possono prescrivere e controllare, mentre il beneficiato non può rendersi conto di essere alimentato. Non c'è gusto, né volontà né misura, i piatti sono sonde e i bicchieri flaconi di flebo; già perché non si assiste il paziente aiutandolo a mangiare o a bere ma si sopperisce alle esigenze del suo corpo attraverso una sonda nasogastrica, o una tecnica simile, che ha solo l'effetto di ritardare il momento della morte. Per questo, secondo la commissione, questi atti costituiscono un trattamento medico sproporzionato e poco rispettoso della dignità dell'individuo: sono un chiaro esempio di accanimento terapeutico.
Inoltre, il gruppo di esperti precisa che l'interruzione di tali trattamenti è possibile già allo stato attuale della legislazione, seguendo la Convenzione di Oviedo del 1997 e il Codice di deontologia medica. Il principio recepito dalla deontologia supera infatti le controversie legate alla palude ideologica della "medical futility" e consiste da un lato nella condanna di ogni accanimento sia diagnostico sia terapeutico, dall'altro nel rispetto dei diritti fondamentali della persona. Una posizione coraggiosa, giustificata dalla letteratura e dai codici, dall'osservazione, e dal rispetto della volontà dei pazienti. Anche se provoca violente reazioni emotive e solleva questioni morali scomode, non si capisce il clima di crociata che si è subito diffuso contro il documento della commissione né la presa di posizione ideologica di chi gioca a confondere i termini temendo che questo, in realtà, sia il primo passo verso la legalizzazione dell'eutanasia; ma questa è un'altra storia.

Le reazioni al documento
Dopo il rapporto della Commissione Veronesi tutto è cambiato, nulla è più come prima. Il dibattito bioetico si è arricchito e si inizia a reagire con insofferenza alla mancanza di argomenti delle posizioni più ideologiche. All'interno della bioetica laica e della bioetica confessionale c'è una rinnovata necessità di un confronto capace di affrontare le sfide più laceranti della società. Non c'è più spazio per la logica del muro contro muro. I più adatti a trovare soluzioni etiche, giuridiche, scientifiche tra i laici e i credenti sono quelli che meglio ascoltano gli altri e sono in grado di interagire con essi. Carlo Alberto Defanti, dell'Unità operativa di neurologia dell'Ospedale Niguarda di Milano, individua importanti tracce di riflessione. "La difficoltà empirica di dimostrare l'irreversibilità dello stato vegetativo è reale e nessuno la nega" spiega il neurologo; "ma possiamo dire che le probabilità accertate sono più che sufficienti per garantirci dai rischi di sognati ritorni. Inoltre, anche se nessuno ci si è soffermato con attenzione, ritengo che lo SVP rappresenta qualcosa di nuovo e sconvolgente: una condizione di vita biologica dissociata dalla vita mentale, condizione che io credo che sia moralmente equivalente alla morte cerebrale". Così, secondo Defanti, la nutrizione e l'idratazione artificiale possono essere sospesi, sebbene con cautela e con il consenso del paziente (tramite living will o parere di un tutore designato).

Ma in molti interventi, specie di studiosi cattolici, l'interruzione di questi trattamenti è considerata un gesto eutanasico. Viene contestata l'intenzione di chi interrompe questi atti: secondo la dottrina del duplice effetto, non si può volere la morte del paziente. Antonio Spagnolo, direttore dell'Istituto di bioetica dell'Università cattolica di Roma, aggiunge altre motivazioni. "Se il documento si chiude dietro la competenza medica, è proprio da questa prospettiva medica che non si può non riconoscere che è la sospensione dei trattamenti a causare direttamente la morte dei pazienti, che di regola sopraggiunge dopo 10-14 giorni. Finché c'è un corpo vivo di una persona non si può mai dire che non ci sia niente da fare: si tratta di trovare la cosa giusta da fare. Se non si riesce a stabilire una relazione con lui, prendersene cura anche con l'alimentazione e l'idratazione può essere espressione di solidarietà nei confronti di chi non può più fare scelte autonome". Sarà. Prima del buio in molti casi vi è il paradosso di questa condizione: tra la vita e la morte la medicina sospende il giudizio e sono guai per quanti non riescono a morire.
(da Tempo Medico 721, 22 novembre 2001)

Simone De Clementi

  

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