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Da Veronesi un primo segnale positivo per Eluana
La commissione ad hoc istituita dall'allora ministro della sanità
Umberto Veronesi afferma che è legittimo interrompere il sostegno artificiale
per i pazienti in stato vegetativo permanente
Il 20 ottobre 2000 è stato istituito, con decreto del ministro della
sanità, il gruppo di lavoro su nutrizione e idratazione nei soggetti in stato
di irreversibile perdita della coscienza. Non è un caso se allora il ministro
della sanità era Umberto Veronesi, uomo di scienza senza pregiudizi, che ha
affidato a un gruppo di esperti, presieduto da Fabrizio Oleari, il compito di
approfondire questo tema, delicata frontiera della recente bioetica. Il frutto
del lavoro degli esperti è un documento articolato, che offre argomenti su cui
confrontarsi con schiettezza. Ora, messo ufficialmente in agenda anche dal
Comitato nazionale per la bioetica, questo dramma non può più essere
sottaciuto.
Il documento: sospendere le cure
E' stato definito dallo stesso ministro un documento tecnico, ma anche in questa
prospettiva il lavoro della Commissione Oleari resta un atto di importanza
fondamentale, poiché la sua autorevolezza non deriva tanto dalla nomina
ministeriale ma dalle argomentazioni addotte.
Senza usare bizantinismi il documento delinea i confini della questione,
partendo da una premessa precisa: la differenza tra stato vegetativo persistente
e permanente. Nel primo caso, si legge, "ci si riferisce solo a una
condizione di passata e perdurante disabilità con un incerto futuro",
mentre nel secondo "l'aggettivo permanente indica l'irreversibilità".
Seguendo la letteratura più qualificata, la Commissione Oleari è concorde
nell'affermare che "prima di dichiarare permanente, cioè irreversibile, lo
stato vegetativo di origine traumatica di un soggetto adulto è necessario
attendere almeno dodici mesi. Trascorso questo lasso di tempo, la probabilità
di una ripresa di funzioni superiori è insignificante". L'analisi di
precedenti di altri paesi serve da traccia per suggerire soluzioni dal punto di
vista giuridico ed etico. In particolare sono tre le questioni delicate da
affrontare: il diritto del paziente di rifiutare trattamenti salvavita, la
legittimità dei testamenti di vita (living will) e lo status di nutrizione e
idratazione artificiali.
Proprio su questo ultimo punto la commissione prende una posizione netta.
Secondo il documento è possibile e legittimo interrompere l'idratazione e la
nutrizione artificiali, considerati trattamenti medici a tutti gli effetti. Si
può dunque lasciare morire in pace il paziente in stato vegetativo permanente,
dopo accurati esami che stabiliscano l'irreversibilità della sua condizione.
Il concetto chiave che giustifica questa posizione è che nel caso di soggetti
in SVP la nutrizione e l'idratazione si riducono alla somministrazione di
composti chimici che solo i medici possono prescrivere e controllare, mentre il
beneficiato non può rendersi conto di essere alimentato. Non c'è gusto, né
volontà né misura, i piatti sono sonde e i bicchieri flaconi di flebo; già
perché non si assiste il paziente aiutandolo a mangiare o a bere ma si
sopperisce alle esigenze del suo corpo attraverso una sonda nasogastrica, o una
tecnica simile, che ha solo l'effetto di ritardare il momento della morte. Per
questo, secondo la commissione, questi atti costituiscono un trattamento medico
sproporzionato e poco rispettoso della dignità dell'individuo: sono un chiaro
esempio di accanimento terapeutico.
Inoltre, il gruppo di esperti precisa che l'interruzione di tali trattamenti è
possibile già allo stato attuale della legislazione, seguendo la Convenzione di
Oviedo del 1997 e il Codice di deontologia medica. Il principio recepito dalla
deontologia supera infatti le controversie legate alla palude ideologica della
"medical futility" e consiste da un lato nella condanna di ogni
accanimento sia diagnostico sia terapeutico, dall'altro nel rispetto dei diritti
fondamentali della persona. Una posizione coraggiosa, giustificata dalla
letteratura e dai codici, dall'osservazione, e dal rispetto della volontà dei
pazienti. Anche se provoca violente reazioni emotive e solleva questioni morali
scomode, non si capisce il clima di crociata che si è subito diffuso contro il
documento della commissione né la presa di posizione ideologica di chi gioca a
confondere i termini temendo che questo, in realtà, sia il primo passo verso la
legalizzazione dell'eutanasia; ma questa è un'altra storia.
Le reazioni al documento
Dopo il rapporto della Commissione Veronesi tutto è cambiato, nulla è più
come prima. Il dibattito bioetico si è arricchito e si inizia a reagire con
insofferenza alla mancanza di argomenti delle posizioni più ideologiche.
All'interno della bioetica laica e della bioetica confessionale c'è una
rinnovata necessità di un confronto capace di affrontare le sfide più
laceranti della società. Non c'è più spazio per la logica del muro contro
muro. I più adatti a trovare soluzioni etiche, giuridiche, scientifiche tra i
laici e i credenti sono quelli che meglio ascoltano gli altri e sono in grado di
interagire con essi. Carlo Alberto Defanti, dell'Unità operativa di neurologia
dell'Ospedale Niguarda di Milano, individua importanti tracce di riflessione.
"La difficoltà empirica di dimostrare l'irreversibilità dello stato
vegetativo è reale e nessuno la nega" spiega il neurologo; "ma
possiamo dire che le probabilità accertate sono più che sufficienti per
garantirci dai rischi di sognati ritorni. Inoltre, anche se nessuno ci si è
soffermato con attenzione, ritengo che lo SVP rappresenta qualcosa di nuovo e
sconvolgente: una condizione di vita biologica dissociata dalla vita mentale,
condizione che io credo che sia moralmente equivalente alla morte
cerebrale". Così, secondo Defanti, la nutrizione e l'idratazione
artificiale possono essere sospesi, sebbene con cautela e con il consenso del
paziente (tramite living will o parere di un tutore designato).
Ma in molti interventi, specie di studiosi cattolici, l'interruzione di questi
trattamenti è considerata un gesto eutanasico. Viene contestata l'intenzione di
chi interrompe questi atti: secondo la dottrina del duplice effetto, non si può
volere la morte del paziente. Antonio Spagnolo, direttore dell'Istituto di
bioetica dell'Università cattolica di Roma, aggiunge altre motivazioni.
"Se il documento si chiude dietro la competenza medica, è proprio da
questa prospettiva medica che non si può non riconoscere che è la sospensione
dei trattamenti a causare direttamente la morte dei pazienti, che di regola
sopraggiunge dopo 10-14 giorni. Finché c'è un corpo vivo di una persona non si
può mai dire che non ci sia niente da fare: si tratta di trovare la cosa giusta
da fare. Se non si riesce a stabilire una relazione con lui, prendersene cura
anche con l'alimentazione e l'idratazione può essere espressione di
solidarietà nei confronti di chi non può più fare scelte autonome".
Sarà. Prima del buio in molti casi vi è il paradosso di questa condizione: tra
la vita e la morte la medicina sospende il giudizio e sono guai per quanti non
riescono a morire.
(da Tempo Medico 721, 22 novembre 2001)
Simone De Clementi
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