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Le tabelle di rischio coronarico, come gli
abiti o le scarpe su misura, si modellano addosso a chi le
usa. E quelle adottate in Italia, basate su dati stranieri,
stanno larghe agli italiani, sovrastimando le loro probabilità
di ammalarsi. Riscriverle è uno degli obiettivi del
documento d’indirizzo dal titolo L’uso delle carte di rischio
coronarico pubblicato di recente nell’ambito del Programma
nazionale linee guida. «Il PNLG è
un’iniziativa finanziata dall’Istituto superiore della sanità
per presentare ai cittadini, agli amministratori e agli operatori
sanitari le sintesi aggiornate di quanto si conosce su azioni
preventive, terapie o procedure diagnostiche, in modo da permettere
ai lettori di prendere decisioni basate sulle migliori prove
disponibili» spiega Alessandro Liberati, direttore del
Centro Cochrane italiano e membro del comitato di redazione
del documento. «Il rischio coronarico globale assoluto,
in base al quale gli ipolipemizzanti vengono rimborsati dal
Servizio sanitario nazionale, è la probabilità
che ciascuno ha di sviluppare una coronaropatia nell’arco
dei prossimi dieci anni» si legge nel riassunto che
apre il fascicolo, di una sessantina di pagine.
E ciò dipende da fattori non solo metabolici,
come i livelli delle frazioni di colesterolo o la presenza
di diabete mellito, ma anche biologici, per esempio i valori
di pressione arteriosa, oppure, come il fumo di tabacco, connessi
allo stile di vita. E tutte le variabili interagiscono tra
loro a seconda del sesso e dell’età di ogni persona
in cui sono misurate.
Da qui le carte di rischio coronarico, equazioni
matematiche che calcolano le probabilità di ammalarsi
a partire dalla combinazione tra loro, del tutto individuale,
dei singoli fattori di rischio, ponendo le basi per un approccio
più mirato alla prevenzione delle malattie cardiovascolari.
In sintesi, l’azione preventiva può essere modulata
su ciascuno, riservando le cure più aggressive a chi
ha un rischio elevato o una coronaropatia già in atto
e gli interventi meno costosi basati su modifiche dello stile
di vita e in seconda battuta su terapie farmacologiche alle
persone con un rischio minore. «Il riferimento al rischio
globale assoluto, dunque, ha il vantaggio di rispettare la
molteplicità eziologica rendendo nel contempo disponibili
varie opzioni di trattamento secondo il profilo individuale
e facilitando l’adeguamento alle possibili preferenze del
paziente: punto questo molto importante in medicina generale»
sottolineano gli autori del documento del PNLG. Peccato che
agli epidemiologi, raffinati autori dei sofisticati algoritmi,
sia sfuggito un semplice dato: nei differenti contesti culturali,
geografici e probabilmente anche genetici il peso causale
dei diversi fattori di rischio diventa a sua volta una variabile.
Linee guida anglofile
«Un cittadino italiano con 230 mg/dl di colesterolo
totale non ha le medesime probabilità di avere un evento
coronarico di un coetaneo che vive in paesi ad alto rischio
come gli Stati Uniti, Scandinavia, Scozia o Inghilterra»
rimarca chi ha scritto il documento d’indirizzo. «Ciò
significa che l’italiano ha da un lato una minore probabilità
di avere un infarto, e dall’altro una maggiore aspettativa
di vita». In parole povere, il vestito cucito addosso
a nordeuropei e nordamericani va largo agli italiani. Infatti
le attuali linee guida italiane, scritte in sintonia con le
europee, si basano su una classificazione del rischio ricavata
dallo studio di Framingham, svolto negli anni settanta seguendo
per dodici anni una coorte di oltre cinquemila uomini e donne
residenti in una cittadina del Massachusetts, negli Stati
Uniti. Partendo da quei dati le società scientifiche
europee di ipertensione, cardiologia e aterosclerosi, insieme
ad altri gruppi di esperti attivi nel campo della prevenzione
coronarica, hanno redatto un documento, pubblicato nel 1998,
in cui il livello assoluto di rischio è stabilito in
una probabilità uguale o superiore al 20 per cento
in dieci anni di sviluppare un evento coronarico fatale o
meno. Ciò tenendo conto dell’età e del sesso
della persona in questione e combinandoli con i valori della
pressione arteriosa sistolica, della colesterolemia totale,
dell’abitudine al fumo valutata in termini dicotomici, cioè
fumatore/non fumatore, e della presenza o assenza di diabete.
E in sintonia col documento del 1998 la nota CUF numero 13
sulla rimborsabilità dei farmaci ipolipemizzanti è
stata abolita nei mesi scorsi, modificando in modo rilevante
il regime di rimborso degli ipolipemizzanti in Italia. La
nota concedeva la rimborsabilità in classe A di questi
farmaci nei pazienti affetti da una dislipidemia su base familiare
fissando al tempo stesso i criteri per la rimborsabilità
delle statine nei soggetti ad alto rischio di un primo evento
coronarico, o in pazienti già portatori di malattia
coronarica. Ora invece è stato licenziato dalla CUF
un testo che invita a valutare la scelta terapeutica in rapporto
al rischio cardiovascolare caso per caso a livello locale.
Ma le carte di rischio mutuate dall’esperienza di Framingham
sono applicabili con ragionevole approssimazione solo ai cittadini
nordamericani e nordeuropei, mentre in quelli dell’area mediterranea
sovrastimano il rischio, favorendo prescrizioni di statine
anche a chi non ne ha bisogno. Le tabelle nordamericane, tuttavia,
non sono le sole a cui rifarsi. In Europa, a onor del vero,
esistono altre carte di rischio coronarico, anch’esse con
pregi e difetti.
La prima deriva dallo studio Procam, acronimo per Prospective
Cardiovascular Munster, una ricerca condotta nel sud della
Germania su oltre 4.400 uomini asintomatici seguiti in media
per 8 anni. Il Procam, oltre a valutare la presenza di familiarità
per evento coronarico precoce in parenti di primo grado sotto
i 60 anni, introduce una variabile metabolica, cioè
la trigliceridemia, e sostituisce il colesterolo totale con
quello LDL. Ciò per meglio valutare le probabilità
di un evento coronarico in una popolazione dove l’incidenza
della malattia è minore.
Aspettando la nuova carta
«Anche se la carta di rischio basata sulla funzione
Procam rispecchia meglio la realtà italiana, almeno
quella del Nord del paese, la sua applicabilità è
limitata dal fatto che lo studio è stato svolto su
individui tra i 40 e i 65 anni, una fascia di età di
gran lunga più ristretta rispetto al Framingham dove
i partecipanti erano tra i 30 e i 74 anni. Ma non solo: un
altro grande limite è la mancanza di informazioni sulla
popolazione femminile» spiegano gli autori del documento
del PNLG. L’altra carta di rischio viene dal protocollo Seven
Countries, uno studio di confronto condotto su 12.467 uomini
di età compresa tra i 40 e i 59 anni, negli Stati Uniti,
in Giappone e in cinque paesi europei: Italia, Iugoslavia,
Grecia, Finlandia e Olanda. La parte italiana, condotta negli
anni sessanta, analizzava una coorte di uomini residenti nei
comuni di Montegiorgio, in provincia di Ancona, e di Crevalcore,
vicino a Bologna.
Il quadro che ne emerge tratteggia una popolazione rurale
solo maschile ora molto anziana e quindi poco utile nel definire
il rischio cardiovascolare degli adulti italiani di oggi.
«Pur con i suoi limiti il Seven Countries dà
comunque un’idea di quanto più basse siano state le
probabilità di ammalarsi di cuore nel nostro paese
rispetto al nordeuropa o nordamerica» si legge nel documento.
O per un fatto o per un altro, quindi, nessuno degli algoritmi
disponibili calza a pennello agli italiani. Non rimane perciò
che scriverne uno nuovo. E i dati su cui basare la nuova carta
di rischio coronarico non mancano: sono quelli del Progetto
cuore, uno studio svolto in collaborazione fra l’Istituto
superiore di sanità e l’Associazione nazionale medici
cardiologi ospedalieri (ANMCO), i cui dati saranno disponibili
entro l’anno.
Gian Galeazzo Riario Sforza
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