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da Occhio Clinico

GUERRA

Uomini di pace per definizione

on ho mai saputo immaginare che cosa passi nella testa, o nella scatola cranica, di un medico che per mestiere assiste alle esecuzioni. La sua parte consiste nel constatare che il lavoro di ammazzare è ben riuscito o che, eventualmente, deve essere perfezionato. Esisteranno, immagino, medici che hanno studiato il dosaggio delle sostanze per le iniezioni letali che uccidono i condannati. Abbandonerei precipitosamente un convegno cui partecipasse un simile "collega". Per una contrarietà assoluta alla pena di morte, e per una ripugnanza specifica a un simile impiego delle conoscenze mediche. Ippocrate e Galeno, sono certo, condividerebbero.

Volentieri rinunciamo a chiamare sempre e comunque missione un’attività che normalmente produce benefici non trascurabili; a volte lauti. Ma questa attività non è priva di qualche interna esigenza sua propria: si pretende che ne nasca una deontologia, che non è un repertorio di parole di circostanza.

È pensabile in un medico, anche in un medico, l’indifferenza per i temi della pace e della guerra, che mutato nomine sono i temi della integrità fisica, della vita? Me lo sono chiesto l’11 settembre. Me lo sono chiesto con qualche risentimento, con qualche indignazione quando ho scoperto che questa indifferenza esiste, inconsapevole e perciò senza rimorsi, meno facile da percepire.

Un’ora dopo l’inizio degli attentati di New York e di Washington, aveva già avuto successo la ricerca di parole chiare e distinte, da assegnare alle emozioni per dimenticarle più che per capirle. Il silenzio è durato molto poco. È troppo faticoso il pensiero delle vittime, del loro terrore, della loro sofferenza. Si trovano nomi pensosi che accompagnino verso un legittimo e dignitoso pensare ad altro.

Si sono colpiti al cuore i simboli del potere economico-finanziario, militare, politico... Sono stati scossi gli equilibri internazionali... Occorrono risposte decise, punizioni severe… Queste banalità dall’apparenza meditata riducono il contenuto umano, il vissuto della vicenda, ad aspetto secondario, doverosamente citato sempre più a margine, presente solo nella durezza delle parole con le quali si indicano i nemici. Sotto l’aspetto di un approfondimento, in ventiquattr’ore era avvenuto uno spostamento di attenzione. Stavano tutti diventando inquirenti, giudici, politologi, strateghi.

A me pareva il caso di restare un medico. Non soltanto perché la mia specifica attività mi pone spesso in condizioni simili o analoghe, e so che difficoltà e problemi durano ben oltre il rumore di quando si presentano.

In queste discussioni sui simboli abbattuti o aggrediti, le vittime diventavano soltanto gli ingredienti, il materiale utilizzato in una rappresentazione simbolica. È la pratica di chi compie gli attentati.

Sembrava anche il pensiero di chi li subisce.

Gli esseri umani, non qualche loro nome o aggettivo, ma quegli organismi, quei soggetti fisici che conosciamo e dei quali abbiamo cura, sono strumenti subordinati e funzionali a qualcos’altro, sono mezzi e non fini, cambia il senso della nostra attività. Con il significato del nostro agire, cambierebbe la ragione della nostra presenza, la nostra collocazione tra i nostri simili. Non si tratta di mantenere una posizione socialmente di qualche prestigio. Si tratta di corrispondere alle aspettative di chi si rivolge e si affida a noi; alle aspettative, ai progetti e, perché no, ai sogni che hanno ispirato le nostre scelte quando abbiamo deciso il contenuto da dare alla nostra esistenza.

Credo che per un medico sia impensabile l’esistenza di un’attività umana tesa a distruggere la vita dei suoi simili. E la guerra, per quanto si addobbi di cause e scopi che si presentano in altre forme, consiste essenzialmente in questo. Essere contro la malattia, contro la sofferenza, contro la morte è essere contro la guerra. Immersi, come di necessità siamo, nelle circostanze, nell’ambiente e nel tempo che ci sono toccati, l’essere medici ci assegna il compito di essere uomini di pace. Non può trattarsi, credo, solo di una proposta o di un invito. A me pare piuttosto la constatazione di una necessità: il medico non è uomo di pace per scelta, ma per definizione.

Gino Strada, Emergency


Lavorare sul fronte per una cultura di pace

La nascita di Emergency, organizzazione umanitaria senza fini di lucro, risale al 1994 per opera di Gino Strada e di altri medici, infermieri e tecnici sanitari con esperienza in zone di guerra. Gli scopi perseguiti sono fornire assistenza sanitaria durante i conflitti, addestrare personale locale e diffondere una cultura di pace.

L’aiuto di Emergency finora è arrivato in Ruanda, nel Kurdistan iracheno, in Cambogia, in Afghanistan e in Sierra Leone. I fondi per le attivtà provengono per lo più da donazioni spontanee, oltre a finanziamenti parziali da organismi internazionali per alcuni progetti.

Tel. 02 76 00 11 04; e-mail: info@emergency.it; http://www.emergency.it


Il mondo va in guerra?

Per molti giovani dei paesi industrializzati questa è la prima volta in cui si trovano a vedere il pianeta sull'orlo di un precipizio. Molti innocenti nei paesi in via di sviluppo, soprattutto nel Medio Oriente, rischiano la morte o la fame, a causa del bisogno che ha l'America di ottenere vendetta. Il globo intero è stato destabilizzato in solo due ore. Qual è il ruolo di un giornale medico in queste circostanze? Nessuno, si potrebbe sostenere. La rivista potrebbe continuare col suo compito di pubblicare ricerca sulla medicina, tenendosi lontana da temi politici enormi e imponderabili. Senza dubbio il giornale dovrebbe conservare i propri valori di rigore, indipendenza e scetticismo, ma come potrebbe un mezzo di comunicazione dedicato alla salute ignorare che 5.000 persone sono già morte, centinaia di migliaia sono in lutto, ferite o angosciate, e altri milioni rischiano la morte per guerra, carestia, malattia e sfollamento? I medici hanno sempre avuto un ruolo decisivo non solo nel prendersi cura dei danni provocati dai conflitti, ma anche nel prevenirli. L'International Phisicians for the Prevention of Nuclear War (IPPNW) ha ricevuto il premio Nobel per la pace come riconoscimento del proprio ruolo. Medact, la filiazione britannica dell'IPPNW, sollecita tutti i professionisti della salute a richiedere soluzioni non violente e giuste, al posto di atti di rappresaglia; a promuovere la tolleranza e la comprensione in un momento di tensione sociale; e a chiarire le cause psicosociali della violenza. "Le risorse destinate ad alleviare la povertà e a proteggere l'ambiente sarebbero molto più produttive di quelle spese per le armi". La giustizia è preferibile alla vendetta.

Editor’s choice BMJ 2001; 323

 

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