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da Tempo Medico

CAMPI ELETTROMAGNETICI

Certezze e dilemmi sulle onde vaticane

ntorno alla domenica delle palme, due argomenti in tema di inquinamento elettromagnetico si sono intrecciati in modo pericoloso: quello del rispetto della legge (il caso di Radio vaticana) e quello dell’entità dei rischi da campi elettromagnetici. Su Radio vaticana, le cose paiono essere molto semplici: se la legge è stata infranta, si provveda. Se una legge è inadeguata, la si può cambiare (possibilmente capendo in cosa si è sbagliato). Ma, finché essa è operante, va rispettata. Direi peraltro che lo stesso Vaticano, seppur in modo tardivo, si stia adeguando a questo principio di vita civile.

Sui rischi, ancora una volta si è creata confusione mescolando la stima e la gestione (nel gergo degli esperti, rispettivamente, risk assessment e risk management), due attività i cui riferimenti sono diversi. Infatti sono appannaggio della gestione dei rischi, ma non della stima, considerazioni di natura tutt’altro che tossicologica o statistica, come quelle di valori morali, di priorità, di fattibilità e di rapporto tra rischio e beneficio.

C’erano tutte le premesse per ogni forma di strumentalizzazione, ma il malinteso ha anche una base linguistica intrinseca. Purtroppo, ambedue i vocaboli inglesi hazard (la proprietà che ha un agente chimico, fisico o biologico di causare un determinato danno) e risk (la probabilità che per una data esposizione a quell’agente si verifichi un determinato danno) vengono tradotti con l’italiano rischio, creando ulteriore confusione.

La prima domanda da porsi è se i campi elettromagnetici abbiano la proprietà di causare un danno, nel caso specifico il cancro. La risposta a questa domanda è che non si sa. E’ vero quanto dice il ministro Umberto Veronesi (su La Stampa del 9 aprile): le onde elettromagnetiche non rientrano tra i 151 agenti elencati dall’Agenzia internazionale per le ricerche sul cancro (IARC) come cancerogeni certi o probabili per l’uomo. La IARC però non pone in opera un censimento (cioè una rilevazione esaustiva), ma attua, da oltre trent’anni, un programma sistematico di disamina critica continua di tutti i dati scientifici pertinenti a un dato agente, al fine di emettere un giudizio sul fatto che esso abbia (sicuramente, probabilmente, o possibilmente) o non abbia la proprietà di generare il cancro (un’ultima opzione è che non vi sia informazione sufficiente per giudicare). Soltanto nei prossimi due anni la IARC includerà i campi elettromagnetici in questo programma di valutazione. Per il momento quindi ogni riferimento all’Agenzia è prematuro.

Pur nell’incertezza sui possibili effetti a lungo termine delle radiazioni elettromagnetiche, è più che lecito avanzare ipotesi sulla forma del rapporto tra dose e risposta. Le ipotesi che sono state fatte portano a ritenere che il rischio (assoluto) per gli esposti sia inferiore a quello derivante da altre esposizioni ambientali; il numero di tumori infantili che tali radiazioni possono causare in Italia, secondo tali stime, è di poche unità annue. In quanto esperto della materia, sono convinto della validità di questa stima (che, ripeto, si basa su una ipotesi di hazard e non su una certezza verificata). Ma sono anche convinto di altre due cose. Una è che la mia opinione non è di alcun conforto per i genitori di quei sei o otto bambini italiani candidati (forse) ad ammalarsi di leucemia nel 2001 a causa dell’esposizione a campi elettromagnetici. L’altra è che nell’eventuale compito mio, come epidemiologo, o della mia categoria (ma anche dei nove oncologi clinici, fisici e altri ricercatori italiani di fama internazionale, intervenuti in questa occasione telegraficamente presso il presidente della repubblica) di esprimere a livello pubblico la dimensione delle certezze scientifiche, debba essere temperato dalla comunicazione delle ragionevoli incertezze pertinenti.

E’ sbilanciata l’affermazione di Umberto Tirelli che "non esiste alcuna possibilità biologica che ci sia una correlazione tra cancro e onde elettromagnetiche" (su La Repubblica del 9 aprile). Per rifiutare un’ipotesi non è sufficiente l’indisponibilità – in un dato momento – di elementi di plausibilità biologica che potrebbero sostenerla. Nel discutere di plausibilità biologica, Austin Bradford Hill usava citare un dialogo tra i due famosi personaggi di Conan Doyle. Al commento di Watson che una certa ipotesi di Sherlock Holmes non poteva essere, Holmes rispondeva "Watson, abbiamo considerato, ed escluso, tutto ciò che pareva possibile; adesso dobbiamo passare all’impossibile".

Il messaggio contenuto nel telegramma al presidente della repubblica dei nove ricercatori in questa occasione si colloca vicino a quello "per la libertà della ricerca" lanciato poche settimane fa da 1.500 scienziati italiani. Ambedue rivendicano l’attribuzione alla comunità scientifica - e non ai politici – della scelta delle priorità, vuoi per la ricerca, vuoi per gli interventi. Per la prevenzione dei tumori ambientali, Tirelli arriva ad affermare che le priorità deve deciderle la comunità scientifica e non il ministro Bordon. Sinceramente preoccupa il rifiuto da parte di prestigiosi scienziati di un modello decisionale partecipativo. Questo dovrebbe scaturire dalla interazione tra diverse componenti sociali (compresi i ricercatori, compresi i politici, compresi i governanti, ciascuno con i suoi valori morali di riferimento) nelle scelte sulla ricerca e nel processo decisionale che consegue ai risultati della stessa.

Benedetto Terracini

 

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