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da Tempo Medico, n. 689

Città impolverate

atalitiche, ecologiche o quasi: non ha moltissima importanza. Il traffico incide pesantemente sulla salute nelle città europee, per il fatto stesso di esistere. Di mettere in circolazione automobili, motorini, camion, autobus in un’area (l’Europa occidentale) dove la media è di un’automobile ogni due abitanti. E di liberare nell’aria particelle – le studiatissime PM10 con un diametro inferiore ai 10 micron – capaci di penetrare facilmente nelle vie aeree e di provocare danni gravissimi.

Per la prima volta, sono stati effettuati studi sull’impatto sulla salute dei cittadini delle città europee. Sono stati realizzati, il primo dal Centro europeo ambiente e salute di Roma dell’Organizzazione mondiale della sanità, e il secondo da un gruppo guidato dall’epidemiologo Nino Künzli, dell’Institut fur Sozial und Praventivmedizin di Basilea, in Svizzera.

La ricerca dell’OMS ha stimato l’impatto dell’inquinamento atmosferico urbano sulla salute dei cittadini delle otto maggiori città italiane,- Torino, Genova, Milano, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Palermo - con una popolazione complessiva di circa otto milioni e mezzo di persone.

La ricerca di Nino Künzli ha invece studiato il territorio complessivo di tre paesi europei: Francia, Svizzera e Austria. I metodi delle due ricerche sono gli stessi anche se la popolazione italiana era, a differenza di quella europea, esclusivamente urbana.

In ambedue i casi, i dati sono chiari: i cittadini europei vivono in un ambiente gravemente compromesso dal traffico, esposti a rischi gravi, che si concretizzano in una vera e propria epidemia di morti evitabili, di cronicizzazione di malattie cardiovascolari e alle vie respiratorie.

Sono dati pesanti. Nelle città italiane, i decessi calcolati erano circa 4.000 all’anno, più 1.887 ricoveri per disturbi respiratori, 2.710 ricoveri per disturbi cardiovascolari, 31.524 attacchi acuti di asma nei bambini, 29.730 casi di aggravamento dell’asma nei bambini, 606 casi di bronchite cronica tra le persone oltre i 25 anni di età, 11.360 casi di attacchi d’asma tra le persone oltre i 15 anni di età.

Nella ricerca su Francia, Svizzera e Austria, risultavano 20.000 morti all’anno per l’inquinamento da traffico, con un contorno di 25.000 nuovi casi ogni anno di bronchite cronica, 290.000 casi di bronchite acuta tra i bambini, mezzo milione di attacchi d’asma. Sommando i 20.000 morti d’oltralpe con i quasi 4.000 italiani, siamo a quota 24.000. Ma a questi andrebbero aggiunti i morti e le malattie che, verosimilmente, si potrebbero contare in Italia al di fuori delle otto città monitorate. E cioè quelli degli altri centri urbani e quelli di tutte le aree metropolitane, dall’hinterland milanese alla cintura di Torino alla "grande Napoli".

SI RESPIRA DI TUTTO

Dal punto di vista dell’inquinamento da PM10, non esiste un’enorme differenza tra traffico di veicoli con dispositivi ecologici e traffico composto da veicoli vecchi, quindi più inquinanti. Lo dimostra il fatto che, secondo i due studi, in paesi come la Francia o l’Austria, che hanno sicuramente un parco automobili più moderno di quello italiano, il livello di inquinamento urbano è del tutto simile a quello delle otto città monitorate dall’OMS di Roma.

Questo probabilmente perché il fatto stesso di avere veicoli in movimento provoca la formazione continua, nelle strade delle città, di un misto di migliaia di sostanze chimiche, in gran parte sconosciute, di pezzetti piccolissimi di pneumatici, di particelle di terreno, di inquinanti prodotti dagli scarichi di automobili e camion. E’ questo cocktail ad alimentare la presenza delle polveri PM10.

Uno dei grandi accusati è il motore diesel, proprio per le emissioni che comporta. Presentando la ricerca di Nino Künzli, Lancet ricorda ai dubbiosi che una ricerca specifica condotta su 331.686 bambini di Taiwan ha dimostrato che quelli esposti ai fumi del traffico dove prevalgono i motori diesel (in particolare quelli da autocarri) hanno percentuali molto maggiori di incidenza dell’asma e della bronchite.

Ma risulta chiaro che, se il diesel è uno dei principali colpevoli, la dimensione dell’impatto ambientale dell’inquinamento va ben oltre questo aspetto.

La ricerca Centro europeo ambiente e salute dell’OMS ha raccolto i dati delle centraline delle otto città italiane e, tra i numerosi inquinanti (monossido di carbonio, biossido di azoto, biossido di zolfo, ozono e polveri sospese), sono state scelte le concentrazioni di PM10 per stimare l’impatto sulla salute, utilizzandole come indicatore affidabile della qualità dell’aria. "La scelta è stata effettuata anche sulla base della disponibilità di dati epidemiologici che descrivono gli effetti del PM10 su vari esiti sanitari (mortalità, morbilità, ricoveri) in modo più accurato che per gli altri inquinanti" spiega l’OMS. "Il PM10 è da tempo noto per i suoi effetti nocivi sulla salute, osservati in numerosi paesi industrializzati. Questi effetti sono proporzionali alle concentrazioni e non sono noti meccanismi di soglia, cioè valori al di sotto dei quali non si verifica un danno alla salute. Per questa ragione è importante conoscere la quota di mortalità e morbilità attribuibile ai livelli di inquinamento misurati nelle città".

LE CIFRE DELL’EMERGENZA

Lo studio del Centro dell’OMS di Roma si è limitato a considerare gli effetti sulla salute a lungo termine, ai quali si potrebbero aggiungere anche quelli a breve termine: per questi, sostengono i ricercatori, "la letteratura scientifica, pur significativa, non consente di effettuare stime quantitative affidabili".

I ricercatori italiani hanno scelto di calcolare le quota di mortalità, morbilità e ricoveri sulla base delle concentrazioni in eccesso rispetto a un valore di riferimento di 30 microgrammi al metro cubo. Questo valore è stato indicato come intermedio tra due valori: quello che definisce gli attuali obiettivi di qualità dell’aria che per il PM10 sono di 40 microgrammi al metro cubo, e quello relativo alla futura normativa europea, che prevede uno standard di 20 microgrammi al metro cubo. Quindi, è stato stimato l’impatto dell’inquinamento da PM10 sulla salute dei residenti nelle otto maggiori città italiane nel 1998. In particolare sono state calcolate le morti e i casi di malattia potenzialmente prevenibili abbattendo le concentrazioni medie di PM10 a 30 microgrammi al metro cubo.

Il punto è che i valori medi delle concentrazioni misurate nelle città sono oltre i 50 microgrammi al metro cubo. E questo significa, secondo l’OMS, che "per la mortalità per tutte le cause (escluse cause accidentali) fra la popolazione di oltre trenta anni, per esempio, si stima che il 4,7 per cento di tutti i decessi, pari a 3.472 casi, sia attribuibile al PM10 in eccesso di 30 microgrammi al metro cubo. In altre parole, riducendo il PM10 a una media di 30 microgrammi al metro cubo si potrebbero prevenire circa 3.500 morti all’anno nelle otto città".

L’OMS ribadisce comunque che "è importante notare i limiti di confidenza delle stime, che riflettono l’incertezza associata ai calcoli. Per la mortalità, la stima di 4,7 per cento è compresa tra 1,7 e 7,5 per cento".

Nella ricerca sui tre paesi europei, le stime non sono dissimili. Anzi, afferma Lancet, "circa il 6 per cento delle morti nei tre paesi è causato dall’inquinamento dell’aria; metà di queste morti sono da attribuire al traffico di veicoli a motore".

Lo stesso Nino Künzli commenta che "questo studio stima l’impatto sulla salute pubblica degli attuali pattern di inquinamento dell’aria. Ma mentre i rischi individuali che vengono da questo inquinamento sono relativamente piccoli – per esempio, per un adulto medio, il rischio di morte può aumentare di meno dell’uno per cento se la concentrazione del particolato inalabile (PM10) aumenta di 10 microgrammi al metro cubo – le conseguenze sulla salute pubblica sono considerevoli".

E aggiunge che "l’inquinamento relativo al traffico di veicoli a motore rimane un obiettivo chiave per l’iniziativa sulla salute pubblica in Europa. Questi risultati, utilizzabili anche per una valutazione economica, possono essere decisivi per la valutazione delle scelte nelle politiche sanitarie relative all’ambiente".

POLVERE A CARO PREZZO

Künzli parla di valutazione economica, e in effetti il suo studio rivela che su 30,5 milioni di giorni lavorativi ridotti a causa di malattie respiratorie, ben 16 milioni sono generati dall'inquinamento da traffico. Tirando le somme, sostiene lo studio, nei tre paesi l'inquinamento atmosferico riconducibile al traffico veicolare produce complessivamente costi per 27 miliardi di euro l'anno, pari a 360 euro pro capite, cioè l’1,7 per cento dell’intero prodotto interno lordo. E’ un costo che supera addirittura quello, certamente drammatico, dovuto agli incidenti stradali.

In ogni caso, affermano i ricercatori nello studio – e lo stesso dicono a Roma i loro colleghi del Centro europeo ambiente salute – queste ricerche sottostimano la realtà sia dell’impatto sulla salute sia il vero ammontare dei costi economici, perché prendono in considerazione solo un componente dell’inquinamento dell’aria e solo alcune – anche se le più importanti – patologie provocate da questo.

Il commento di Lancet, a questo proposito, non è certo leggero: "La ricerca di Künzli è il primo passo verso l’obiettivo di obbligare gli utilizzatori di veicoli con motore a scoppio, a pagare per i veri costi che il loro guidare impone alla società".

Del resto, rivela Roberto Bertollini, direttore del Centro europeo ambiente salute, a volte il guidare si configura come un consumo voluttuario o per lo meno evitabile. Tant’è che, afferma, "l’ISTAT ha calcolato che circa l’80 per cento degli italiani fa spostamenti che richiedono un tempo inferiore ai 30 minuti. Bene, nei capoluoghi di provincia, il 52 per cento delle persone si sposta con l’auto privata. Questo significa che molti prendono l’auto per girare l’angolo, per compiere un tragitto che si può facilmente coprire a piedi o con un mezzo pubblico. Molti sono convinti che quei tratti di strada sono molto più lunghi di quanto non lo siano nella realtà".

Romeo Bassoli

 

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