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da Epidemiologia & Prevenzione n. 3, maggio-giugno 2000

Disponibili da tempo su internet i documenti della multinazionale del tabacco rivelano una raffinata campagna di disinformazione ai danni dello studio IARC sul fumo passivo, in cui è stata coinvolta suo malgrado anche l’epidemiologia italiana

Breve viaggio negli archivi della Philip Morris

PRIMA PARTE

Apriti sesamo

indirizzo da digitare per accedere agli archivi della Philip Morris (PM) è www.pmdocs.com. Una volta entrati, è possibile consultare tutti i documenti strettamente riservati della più grande multinazionale del tabacco. Con una sorta di spionaggio in differita si possono analizzare i resoconti, prendere visione dei programmi di spesa, ricostruire i piani di attività delle varie strutture afferenti all’azienda. Si possono indagare i contatti che l’industria ha stabilito a livello politico, quali strategie ha realizzato sul versante dei mezzi di comunicazione, quali ricerche scientifiche ha condotto e con quali intenzioni. Questo archivio, come quello di altri produttori di sigarette, è accessibile a tutti dal 1998. Naturalmente le multinazionali hanno fatto di tutto per evitare che questa miniera di informazioni finisse nelle mani del pubblico. Ma non c’è stato nulla da fare. L’accesso ai documenti è previsto dal paragrafo IV dell’Attorneys General Master Settlement Agreement firmato dalle major del tabacco a seguito del procedimento che ha visto lo Stato del Minnesota e le compagnie assicuratrici Blue Cross/Blue Shield contrapporsi alla Philip Morris Inc. et al. per il recupero dei soldi spesi in cure mediche destinate ai fumatori.
Il processo (Minnesota Attorney General litigation, n. C1-84-8565, 2d Dist. Minn.) si è concluso con un risarcimento di 6.1 miliardi di dollari per lo Stato e di 469 milioni di dollari per le due assicurazioni, con il divieto per le multinazionali di indirizzare azioni di marketing ai consumatori minorenni e con l’immissione in rete di tutti i documenti raccolti durante la fase istruttoria di questo e di altri procedimenti riguardanti il risarcimento dei danni provocati dal fumo di sigaretta. E non è finita: l’obbligo di pubblicazione è esteso anche ai documenti che verranno reperiti in sede giudiziaria da qui al 2010, è quindi possibile che il futuro ci riservi altre sorprese.

Una strategia per minimizzare l’impatto dello studio IARC

E’ dai 32 milioni di pagine raccolte in questo archivio che Elisa Ong e Stanton Glantz, dell’Institute for Health Policy Studies dell’Università della California, hanno estratto i documenti utilizzati nell’articolo apparso l’8 aprile su Lancet, dedicato alla ricostruzione dei tentativi compiuti dall’industria del tabacco di interferire con i risultati dello studio IARC sul fumo passivo (Lancet 2000; 355:1253-59).
Il professor Glantz non è nuovo a operazioni di questo genere. Nel 1994 gli era stato recapitato un pacco anonimo contenente 4.000 documenti provenienti dagli archivi della Brown&Williamson, propagazione statunitense della multinazionale British American Tobacco. Dall’analisi di quei carteggi era emerso un quadro impressionante delle attività subdole o francamente fraudolente svolte dall’industria del tabacco. Un resoconto di questa operazione, che negli USA ha suscitato molto scalpore e ha avuto conseguenze non irrilevanti sulla credibilità dei produttori di sigarette, è contenuta in una serie di cinque articoli pubblicati su JAMA nel 1995 e nel volume The cigarette papers (University of California Press, 1996, consultabile on-line al sito: www.library.ucsf.edu/tobacco).
Questa volta i ricercatori californiani hanno puntato l’attenzione sull’Europa e in particolare sullo studio multicentrico su fumo passivo e cancro del polmone condotto dalla IARC tra il 1988 e il 1998 (Boffetta et al. J Natl Cancer Inst 1998; 90: 1440-50).
"La Philip Morris temeva che questo studio (e una eventuale monografia IARC sul fumo passivo) potesse portare all’emanazione di norme restrittive anche in Europa" spiegano i due autori "per questo si è impegnata a mettere a punto una strategia, a cui hanno contribuito anche le altre major del tabacco, per minare i risultati della IARC. Il piano era articolato su tre livelli: sul versante scientifico mirava a indebolire lo studio e a guidare ricerche da contrapporre ai risultati della IARC. Sul versante della comunicazione puntava alla manipolazione dei media e del pubblico. Mentre sul fronte politico cercava di prevenire l’approvazione di ogni norma che ponesse limiti alla libertà di fumo".
Philip Morris Corporate Services, Bruxelles 1993

Gli obiettivi

  • Ritardare l’avanzamento e/o la pubblicazione dello studio
  • Influenzare la formulazione delle conclusioni e la comunicazione ufficiale dei risultati
  • Neutralizzare i possibili risultati negativi dello studio, particolarmente come strumento di regolamentazione
  • Contrapporsi al potenziale impatto dello studio sulle politiche dei governi, sull’opinione pubblica e sulle azioni degli imprenditori privati e sui proprietari [di locali pubblici]
(doc 2501341817/23)
I documenti rintracciati da Ong e Glantz dimostrano che per raggiungere questi obiettivi PM ha stanziato in un solo anno 2 milioni di dollari (l’intera ricerca IARC, durata 10 anni, è costata 1.5-3.0 milioni) e ne ha messi a disposizione altri 4 per la ricerca finalizzata a ridimensionare il lavoro dell’Agenzia di Lione. Lavoro che, pubblicato nel 1998 ha comunque confermato i risultati delle ricerche precedenti osservando un rischio relativo aumentato di tumore al polmone per i soggetti esposti a fumo passivo.

Per capire la portata dell’intera operazione occorre tener presente che da sempre la grande industria (non solo quella del tabacco) si serve di agenzie di relazioni pubbliche per trasmettere una buona immagine di sé. Squadre di specialisti garantiscono un "monitoraggio intelligente" dell’andamento del mercato e delle aspettative dei consumatori; elaborano strategie per preparare l’opinione pubblica ad accogliere favorevolmente le scelte aziendali; seguono l’evoluzione delle normative che regolamentano produzione e commercializzazione; insegnano ai manager a far fronte alle emergenze nel caso si scoprano pecche nell’operato dell’azienda o qualche caratteristica indesiderata nei prodotti. Il tutto con lo scopo dichiarato di difendera la propria fetta di mercato.
Ora si cerchi di immaginare quanto devono essere articolate e aggressive queste strategie quando a voler promuovere la propria immagine non è un’industria qualsiasi, ma una multinazionale il cui prodotto principale rappresenta la causa prima delle morti evitabili nei paesi in cui è commercializzato. In questo caso le relazioni pubbliche non bastano. Per poter continuare a vendere questa merce senza restrizioni bisogna disporre anche di assistenza legale e soprattutto di grandi competenze in ambito scientifico perché è lì che si accumulano le prove della pericolosità del fumo ed è quindi a quel livello che bisogna condurre la battaglia. Naturalmente l’industria del tabacco, con i suoi fatturati da capogiro, non ha mai avuto difficoltà a "produrre ricerca e stimolare controversie" e a "disseminare la letteratura scientifica di disinformazioni pro tabacco" (se ne rammarica anche Lancet nell’editoriale che accompagna l’articolo di Ong e Glantz). E infatti quando si presenta l’"emergenza IARC" Philip Morris ha già pronta in Europa un’ampia rete di scienziati e consulenti disposti a mettere le loro competenze al servizio dell’industria.

Il compito di organizzare la rete europea e di tenere sotto controllo le attività dei centri di ricerca pubblici e privati che si occupano dei rapporti fumo-salute era stata a suo tempo affidata alla Covington&Burling (C&B), una società di legali con sedi a Washington, Londra e Parigi, affiancata nel "caso IARC" dalla Shook, Hardy & Bacon (SHB), un’altra agenzia di consulenze legali statunitense. Le relazioni pubbliche erano invece curate dalla Burson-Marsteller, che non avendo uffici in Italia, era sostituita nel nostro paese dalla SCR Associati, una clearing house con sedi a Roma e Milano. Di suo la Philip Morris metteva a disposizione l’attività della divisione Science&Technology (S&T) del Centro di Neuchâtel (PM-Europa), del dipartimento Scientific Affairs del Centro di Richmond (PM-USA) e, soprattutto, l’attività del Center for Indoor Air Research (CIAR, un centro creato dall’industria del tabacco "per sponsorizzare e promuovere ricerca di qualità sui temi dell’inquinamento indoor e per facilitare la comunicazione dei risultati degli studi all’interno della comunità scientifica"). A ciò vanno aggiunte le strutture e il personale messi a disposizione dalle altre major che componevano la task force anti-IARC. Il tutto sapientemente coordinato dalla PM Corporate Services di Bruxelles.
Lo studio IARC era stato avviato nel 1988, ma le conclusioni, inizialmente previste per il 1992, erano state più volte posticipate (per difficoltà di reclutamento dei soggetti) lasciando all’industria tutto il tempo per rendersi conto del potenziale impatto sugli organi legislativi di una ricerca di questa portata condotta da un’Agenzia della massima credibilità come quella di Lione. Così, col passare del tempo, lo studio IARC ha assunto agli occhi dell’industria un’importanza crescente fino a diventare nel 1993-94 un vero e proprio incubo.

Philip Morris Corporate Services, Bruxelles 1993

La strategia

Lo stato attuale del lavoro di intelligence non è sufficiente (...) è chiaro che una strategia globale, strettamente collegata a piani e strategie da realizzare a livello regionale e nazionale, è essenziale. Dovremo muoverci, almeno inizialmente, su due binari paralleli, cercando contemporaneamente di rallentare i progressi (dello studio) a livello clinico nazionale e di avvantaggiarci dei vincoli di budget e della presenza di un nuovo direttore iarc, con nuove priorità, per sfruttare qualunque spiraglio possa portare all’archiviazione [dello studio]. Nello stesso tempo dobbiamo costruire una solida critica scientifica relativa a metodologia, junk science e uso distorto dell’epidemiologia in questo contesto (…)
(doc 2501117793)

La prima mossa di PM consiste nel rafforzamento del lavoro di intelligence. I consulenti scientifici dell’industria del tabacco cominciano a contattare sistematicamente i ricercatori della iarc per raccogliere quante più informazioni possibile sul disegno dello studio, sulle opinioni dei singoli ricercatori, sui tempi di pubblicazione. In questo senso PM non lascia nulla di intentato. Alcune richieste di informazione venivano avanzate ufficialmente dai consulenti dell’industria che volevano aprire canali di scambio alla luce del sole, altre erano avanzate da persone che non dichiaravano nessuna affiliazione all’industria, ma approfittavano delle proprie conoscenze degli ambienti scientifici per raccogliere informazioni.

Philip Morris Corporate Services, Bruxelles 1994

I Contatti

Stiamo usando i consulenti scientifici di S&T e della C&B/SHB per contattare sia gli scienziati che lavorano alla sede di Lione, sia quelli che stanno conducendo gli 11 studi epidemiologici negli 8 paesi partecipanti allo studio. Status:

PaeseContattoDa chi?
ItaliastabilitoS&T (...)
GermaniastabilitoS&T (...)
Spagnain programmaJ. Brana
Portogalloin programmaC&B
UKin programma?
Francianon previsto - collaboratori filosoficamente contrari
Svezianon previsto - collaboratori filosoficamente contrari
Austria??
(...)

I nostri obiettivi nello stabilire queste relazioni sono:
  1. Accertarsi di una gamma di informazioni sugli obiettivi dello studio, status, parametri, predisposizione di singoli ricercatori della IARC e dei centri che collaborano, tempi previsti, risultati probabili eccetera
  2. Rendere edotti i collaboratori e ricercatori della IARC della prospettiva dell’industria sul fumo passivo e renderli sensibili alle debolezze degli studi epidemiologici che si basano sui dati raccolti tramite questionari. Sappiamo che in questo modo si corre il rischio di aiutarli a migliorare la qualità dello studio. Si ritiene comunque che i benefici superino i rischi nel caso si riesca a convincere i collaboratori della inadeguatezza della metodologia della IARC (non prende in considerazione i confondenti o le misure reali dell’esposizione giungendo a una classificazione errata)
(doc 2501347168-73) - corsivo nostro

Ed è a questo punto che si apre il versante italiano di questa storia.
Ong e Glantz sostengono che le informazioni più dettagliate sullo studio IARC sono giunte all’industria tramite la SCR Associati che aveva tra i suoi consulenti "il fu Giuseppe Lojacono (ex professore di economia sanitaria dell’Università di Perugia). Lojacono aveva visitato parecchie volte la IARC nel suo ruolo di direttore di una rivista" scrivono i due ricercatori californiani "e aveva fatto domande sullo studio IARC, senza svelare il suo rapporto con l’industria del tabacco".
La rivista a cui si fa riferimento è E&P. Infatti, mentre alla direzione editoriale vera e propria si avvicendavano vari rappresentanti dell’epidemiologia italiana, Lojacono ha ininterrottamente ricoperto la carica di direttore responsabile dal 1977 al 1999. Ha partecipato alla vita della rivista senza mai dichiarare questa sua attività e senza peraltro mai suggerire scelte editoriali che potessero far pensare a una sua affiliazione all’industria del tabacco. Per questo l’articolo di Lancet ha turbato molti epidemiologi italiani. Da qui la necessità di descrivere in modo più approfondito i rapporti intrattenuti dal professore di Perugia con i produttori di sigarette.

CONTINUA

Maria Luisa Clementi

 

  
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