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da Epidemiologia & Prevenzione n. 3, maggio-giugno 2000

Disponibili da tempo su internet i documenti della multinazionale del tabacco rivelano una raffinata campagna di disinformazione ai danni dello studio IARC sul fumo passivo, in cui è stata coinvolta suo malgrado anche l’epidemiologia italiana

Breve viaggio negli archivi della Philip Morris

SECONDA PARTE

Direttore e consulente

alla nostra ricostruzione, basata sui documenti PM e su interviste ai coordinatori dello studio iarc e a due rappresentanti della SCR Associati (ora Shandwick Corporate Communication Spa), risulta che, pur non essendo mai stato alle dipendenze dirette della Philip Morris, Lojacono è stato per circa 10 anni (dal 1988 al 1998) consulente scientifico dell’agenzia che curava le relazioni pubbliche dell’industria del tabacco in Italia (e che gestiva il Centro di documentazione e informazione sul tabacco, pubblicava la rivista Calumet, conduceva sondaggi, predisponeva incontri per "informare" la stampa, organizzava visite guidate di giornalisti al centro di Neuchâtel eccetera). Per conto di questa agenzia, il direttore responsabile di E&P partecipava a convegni, teneva d’occhio la letteratura scientifica, raccoglieva informazioni e puntualmente preparava relazioni che finivano, tramite la SCR, sulle scrivanie dei manager di PM e soci (Reynolds, Rothmans, Reemtsma, Insalco, BAT, Italtabacchi eccetera).
Cercando il nome "Lojacono" negli archivi della PM, si rintracciano una trentina di documenti il primo dei quali, datato1988, rende conto di una visita al Centro di Neuchâtel. "E’ attivo a livello giornalistico" scrive di lui un solerte funzionario, "ha buoni contatti con l’OMS a Ginevra e con la IARC di Lione. Conosce di persona Nakashima direttore dell’OMS e Tomatis, direttore della IARC. La discussione si è rivelata molto interessante dato che il professore considera il "fumo involontario" e la "dipendenza" temi chiave, e su entrambi è in disaccordo con quanto espresso dal Surgeon General" (doc 2501152054/64).
Ricordiamo ai lettori che nel suo Report del 1986, il Surgeon General, massima autorità sanitaria degli US, aveva dichiarato che il fumo passivo "è causa di malattie, compreso il cancro del polmone, nei non fumatori sani", mentre nel Report del 1988 scriveva "le sigarette e le altre forme di tabacco danno dipendenza. La nicotina è la sostanza che crea dipendenza".

Un secondo documento riguarda la partecipazione di Lojacono a un simposio sul fumo passivo tenutosi nel 1989 alla McGill University di Montreal e voluto dall’industria del tabacco con un obiettivo: "produrre un impressive document per neutralizzare i risultati della valutazione del rischio da fumo passivo redatta dall’EPA e la valutazione dettagliata degli effetti sulla salute, in preparazione alla Rockefeller University" (doc 202303-4645/46).
Segue un resoconto stilato da Lojacono sulle inclinazioni della comunità scientifica italiana sul tema del fumo. Vengono passate in rassegna le varie istituzioni pubbliche e private che si occupano di ricerca e si sottolinea la propensione degli epidemiologi nostrani ad occuparsi di fattori di rischio presenti nei luoghi di lavoro, nell’ambiente urbano e nei cibi (tutti fattori diversi dal fumo) e se ne conclude che in virtù di questa vocazione "la comunità scientifica italiana, o almeno una parte di essa, (…), ha già dato e può continuare a dare contributi rilevanti al ridimensionamento del problema del fumo passivo nella coscienza nazionale" (doc 2501356124).

Sono poi rintracciabili i documenti relativi allo studio IARC (2501356071/79, 2501349503/07, 2501344189/90, 20- 24005698, 2501347140/44). Si tratta di 4 documenti (più gli allegati) che coprono un periodo che va dal 1991 al 1995. Solo uno è firmato direttamente da Lojacono. Gli altri risultano anonimi perché venivano riscritti in un inglese più corretto dal personale della SCR e quindi mandati via fax alle industrie del tabacco sotto forma di report senza firma. Ma dal colloquio con l’ex direttore dell’Agenzia e con la persona che ha firmato alcune delle cover di quei fax risulta che erano opera di Lojacono, che peraltro era l’unico consulente scientifico della SCR.
I documenti si presentano come resoconti delle riunioni del gruppo di ricercatori partecipanti allo studio multicentrico della IARC sul fumo passivo, vi si descrivono i problemi discussi, si fa il punto sul numero di centri partecipanti, sullo stato del reclutamento dei casi e sulle difficoltà incontrate, si parla dei RR (rischi relativi) riscontrati nei diversi paesi e si ipotizzano tempi di pubblicazione. Ma a un attento esame condotto confrontando le date e i luoghi menzionati nei documenti con i veri resoconti delle riunioni reperibili presso la IARC si deve prendere atto che Lojacono non ha mai partecipato a quelle riunioni e che i dati forniti all’industria erano solo frutto di collages di frammenti di informazioni ottenute mediante conversazioni, spesso solo telefoniche, con i ricercatori e i coordinatori dello studio o estratte dalle Directory of on-going research e dagli Annual report pubblicati dalla stessa IARC. A volte le informazioni erano molto confuse (vi si mescolano dati di studi diversi, per esempio si mettevano in relazione al vero e proprio studio IARC dati che provenivano da uno studio preliminare di validazione metodologica realizzato tra il 1985 e il 1988), qualche volta invece rappresentavano primizie di cui l’industria non avrebbe avuto notizia altrimenti, per esempio nel 1993 Lojacono ha riferito i risultati di uno studio di E. Riboli contenuti in un rapporto interno e che sono stati pubblicati solo un paio di anni dopo.
La scarsa attendibilità dei resoconti di Lojacono probabilmente era nota anche a PM che confrontava le sue informazioni con quelle provenienti da altri consulenti. In Italia l’informatore più attivo sullo studio IARC è stato senz’altro Angelo Cerioli della Istoconsult srl, che relazionava direttamente ai dirigenti PM del centro di Neuchâtel. E’ grazie a lui che i la PM ha stabilito i contatti con i centri di Torino e Padova partecipanti allo studio (senza peraltro raggiungere nessuno degli obiettivi anti-IARC). Nonostante le informazioni poco affidabili Giuseppe Lojacono non ha rappresentato un magro affare per Big Tobacco. «Lojacono era molto prezioso perché aveva una serie di rapporti e relazioni che ci consentivano di capire umori, atteggiamenti, opinioni, frammenti di discussioni interne, che per noi erano segnali interessanti» dice Toni Muzi Falcone che ha diretto la SCR Associati negli anni in cui vi ha lavorato il professore di Perugia. "Noi avevamo la nostra rete di informatori che era costituita perlopiù da giornalisti, lo scambio con l’industria del tabacco era trasversale e continuo. Un segnale dall’Italia, un’indicazione dalla Svizzera, una conferma dall’Inghilterra, e componendo i pezzi si poteva arrivare a sapere quello che ci interessava. Erano reti informative che avevano senso solo se viste tutte insieme".

Aria viziata

Al di là di questo passaggio di informazioni, Lojacono ha reso il suo servizio ai produttori di sigarette anche a un altro livello. Dai documenti emerge una notevole consonanza d’intenti tra gli scopi dell’industria del tabacco e le proposte operative suggerite da Lojacono a proposito delle strategie da utilizzare per deviare l’attenzione dei ricercatori e del pubblico dalla nocività del fumo passivo.

Manovre diversive (1989)

Per arginare e prevenire l’azione della lobby anti-tabacco sul fumo passivo, credo che sia utile e tempestivo sollevare in termini scientifici il problema della qualità dell’aria negli ambienti confinati. Per queste ragioni:
  1. in Italia sono stati condotti studi e ricerche, in particolare sui luoghi di lavoro, che potrebbero essere usate con profitto a questo scopo
  2. l’attenzione a fattori di rischio diversi dal fumo passivo possono "compensare" l’attenzione esclusiva prestata a quest’ultimo e ridimensionare drasticamente il pericolo del fumo passivo nell’opinione pubblica e tra i policy-makers. Ciò, naturalmente, se le conclusioni sono ben pubblicizzate e diffuse
(...) Piuttosto che sul fumo passivo, la proposta è quindi di tenere al più presto una Convention sulla Indoor Air Quality. Che fungerebbe da punto di partenza per una vera campagna su questo tema
(doc 2501356124/6) - corsivo nostro

Questa proposta è reiterata in più documenti: "(...) ridimensionare il ruolo e il peso del fumo passivo come fattore di rischio, immettendolo nel calderone più generale della Indoor Air Quality. Questo rimane il nostro obiettivo primario in Italia" scrive Lojacono nell’ottobre 1990 (doc 2028350107-13). E in un report sulla tavola rotonda dedicata alla "Indoor Air Pollution" tenuta a Napoli nel 1992 afferma con soddisfazione che "lo scopo di generare una discussione su inquinanti diversi dal fumo passivo è stato raggiunto: ... la tavola rotonda ha dimostrato che in ambito scientifico si può parlare di IAQ (Indoor Air Quality) senza l’intrusione del fumo passivo e che molti ricercatori in Italia sono interessati al tema" (doc 2501341966/8).

E così nasce "Healthy Indoor Air `94", un convegno sulla qualità dell’aria negli ambienti confinati tenutosi ad Anacapri il 6-8 ottobre 1994. L’iniziativa risulta organizzata da quattro riviste: Epidemiologia & Prevenzione, ECO la Nuova Ecologia, La Riforma Medica e Indoor Environment. Ha il patrocinio dell’OMS, del Ministero dell’ambiente, del Politecnico di Milano, dell’Università di Napoli e dell’Associazione Città Sane di Milano ed è sostenuto da alcuni sponsor (Glaxo, Istituto Italiano del Rame eccetera). Intervistato su questa questione Franco Berrino, presidente della Cooperativa E&P, proprietaria della testata, afferma di avere esplicitamente chiesto a Lojacono se tra gli sponsor fosse in qualche modo presente l’industria del tabacco e di avere dato il benestare all’iniziativa solo dopo aver ricevuto risposta negativa. Ora, grazie alla possibilità di accedere agli archivi della Philip Morris, si è scoperto in che modo l’industria del tabacco ha sostenuto a distanza l’intera operazione. La rivista Indoor Environment è prodotta dalla Indoor Air International (IAI - the association for those interested in all aspects of indoor environment) che dice di finanziarsi solo con le sottoscrizioni dei soci, con l’organizzazione di conferenze e la vendita di libri. In realtà la IAI è stata fondata nel 1989 dall’industria del tabacco all’interno dell’"ETS consultants’ project" il cui scopo (realizzato a livello mondiale) era di creare reti di ricercatori collegate all’industria), ma percepite all’esterno come organismi del tutto indipendenti, per far valere più agevolmente il punto di vista di Big Tobacco (così gli americani chiamano i grandi produttori di sigarette) sulle questioni relative alla regolamentazione del fumo passivo.

from Helmut Gaish (S&T) 1991

Indoor Air International (IAI)

La IAI tratta i temi dell’ambiente indoor in senso lato, produce una newsletter e una rivista scientifica pubblicata da una casa editrice svizzera rispettabile (Karger).
Ha organizzato con successo importanti meeting internazionali a Lisbona e Montreux; tra poco sponsorizzerà meeting congiuntamente a università, agenzie governative e società indipendenti a Parigi, Pavia, Perugia, Budapest, Praga Bangkok, Bratislava, Atene e Rotterdam (…)
I membri della IAI si sono incontrati con ministri e funzionari governativi in parecchi paesi. In questi incontri lo scopo è quello di parlare del fumo passivo nel contesto globale della IAQ in modo sottile e non intrusivo.
Le attività della IAI sono condotte in modo autonomo. (…) Gli scienziati della IAI hanno tenuto conferenze stampa e prodotto libri e articoli. Stanno monitorando gli standard di IAQ e ventilazione e si stanno dando da fare per essere coinvolti nelle procedure per la messa a punto e per la modifica di tali standard.
Nell’insieme, nessun’altra risorsa dà all’industria un simile accesso alla comunità scientifica, ai governi e a chi prende le decisioni sulle questioni della IAQ e sugli standard.
La chiave di questo successo sta nell’aver creato un’istituzione la cui autorità professionale è in crescita, un’istituzione che ha sviluppato una sua propria identità
(doc 2023856111A/2) - corsivo nostro

I tempi lunghi di Big Tobacco

Quest’ultimo episodio rivela che i piani di azione delle major del tabacco non consistono in tentativi rozzi di tenere nascosta la verità, in campagne pubblicitarie spudorate, in falsificazione di dati o ricerche costruite ad hoc (mezzi peraltro non disdegnati). Spesso si tratta di strategie decisamente più sofisticate, articolate secondo schemi che possono permettersi di contare su tempi lunghi. Strategie che nel caso del fumo passivo hanno saputo inglobare e strumentalizzare anche le riflessioni sullo statuto epistemologico di una disciplina complessa e relativamente giovane come l’epidemiologia. L’industria ha giocato sulla confusione tra i concetti di inferenza statistica e inferenza causale e sul valore della significatività statistica. Ha alimentato il dibattito sulla necessità di mettere a punto standard di buona pratica epidemiologica con l’intento di utilizzarli per delegittimare i risultati di studi scomodi. Negli USA è stata addirittura creata un’organizzazione "dal basso" per l’uso della "scienza ben fondata" nelle decisioni politiche (The Advancement of Sound Science Coalition), che si è cercato di riproporre anche in Europa per prevenire l’utilizzo dei risultati della ricerca epidemiologica come strumento per la regolamentazione del fumo. Si è tentato di indirizzare l’attenzione dei ricercatori e del pubblico su fattori nocivi diversi dal tabacco. Sono state condotte ricerche in proprio e si sono finanziati studi di ricercatori rispettabili sperando in risultati utilizzabili nell’attuazione di una delle tattiche più efficaci: contrapporre dato a dato, studio a studio, per innescare e alimentare controversie senza fine.
L’inchiesta si deve fermare qui, ma Ong e Glantz documentano uno per uno tutti questi tentativi dell’industria di interferire sul normale sviluppo delle conoscenze scientifiche. Invitiamo i lettori a prenderne visione per evitare che l’informatore di turno continui ad aggirarsi in una comunità di epidemiologi ignari.

Maria Luisa Clementi

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