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da Tempo Medico n. 665 - 12 aprile 2000

Eluana non può ancora morire

na bella ragazza di nome Eluana ha costretto i giudici lombardi a pronunciarsi per la prima volta in Italia sui trattamenti da riservare ai casi di stato vegetativo persistente (SVP).
Ma le decisioni sono state diverse da quello delle corti statunitensi e britanniche, che nei famosi casi di Nancy Cruzan (1990) e Tony Bland (1993) avevano acconsentito alla richiesta dei genitori di sospendere i trattamenti, giudicati inutili di fronte alla condizione disperata e putroppo irreversibile dei "vegetativi".

Per Eluana, prima il tribunale di Lecco poi la Corte d’appello di Milano hanno deciso di non interrompere la nutrizione artificiale, unico esile filo che la tiene ancora in vita. Il caso, documentato e discusso dai numeri in uscita delle riviste Bioetica e Foro italiano (aprile 2000), rappresenta una prima assoluta per i tribunali italiani, che non mancherà di scatenare confronti e polemiche nei mesi a venire.

Otto anni fa Eluana ha avuto un incidente stradale che per uno scherzo del destino invece di toglierle la vita le ha cancellato la coscienza. Il trauma cranico conseguente all’incidente, infatti, ha leso irrimediabilmente la corteccia cerebrale risparmiando invece parte del tronco encefalico. Il risultato è un corpo che respira e con un cuore funzionante, ma che ha perso per sempre qualsiasi relazione cosciente con il mondo. Come per gli altri 30-40 casi simili che si verificano ogni anno in Italia (una stima approssimativa, perché mancano dati certi), i medici della casa di cura dove è ricoverata Eluana provvedono quotidianamente ad alimentarla e idratarla attraverso un sondino nasogastrico, a svuotarle l’intestino con periodici clisteri e a far defluire le urine attraverso un catetere. Come racconta il neurologo dell’Ospedale Niguarda di Milano Carlo Alberto Defanti, che ha seguito il caso negli ultimi due anni, "al momento della mia prima osservazione Eluana manteneva gli occhi aperti durante buona parte della giornata, i globi oculari erano deviati e la pupilla dell’occhio destro non reagiva alla luce. Le labbra, la mandibola e la lingua erano animate da una sorta di tremore ritmico. Gli arti erano immobili e spastici, con atteggiamento di equinismo a entrambi i piedi". Nulla è cambiato in questi anni: tutte le mattine alla paziente vengono lavati il viso e il resto del corpo con spugnature, e poiché è costretta in un lettino con sponde, ogni due ore Eluana viene girata, mentre una volta al giorno viene adagiata su una carrozzina con schienale ribaltabile dove, controllandola a vista per poterla trattenere in caso di caduta in avanti, viene lasciata per circa due ore in posizione quasi seduta. Per otto anni i genitori di Eluana hanno vegliato su questo corpo che non si decideva a morire ma che non poteva nemmeno tornare alla vita della coscienza e degli affetti. Quindi la scelta sofferta, compiuta dal padre Beppino Englaro, di fare interdire la figlia in base all’articolo 414 del Codice civile. E una volta nominato tutore, di chiedere (ai sensi dell’art. 357 CC) al tribunale di Lecco l’autorizzazione a dire ai medici di "interrompere le cure che consentono al corpo (della figlia) di protrarre lo stato vegetativo, e pertanto l’interruzione dell’alimentazione artificiale, nonché di quelle medicine che, come le vitamine, aiutano la paziente solo nella sopravvivenza sul piano fisico". La richiesta era motivata dalla mancanza di dignità della condizione di Eluana. Non solo: il padre ricordava che la figlia, in occasione di una visita a un amico in stato vegetativo persistente, aveva detto che non avrebbe voluto essere lasciata nemmeno per un minuto in quello stato.

Con decreto del primo marzo 1999 il tribunale respingeva la richiesta, con una scarna motivazione nella quale tra l’altro confondeva la questione del dissenso informato alle cure posta dal padre addirittura con l’eutanasia.

Difeso dall’avvocato Maria Cristina Morelli, il padre di Eluana faceva allora ricorso alla Corte d’appello di Milano, contestando la decisione del tribunale di Lecco. Nel ricorso, tra l’altro, si invitavano i giudici a rimettere la questione dinnanzi alla Corte costituzionale nel caso non ritenessero che il tutore avesse il diritto di esprimere consenso/dissenso informato per conto di Eluana.

Il nocciolo della questione medica, invece, era se nei confronti di una persona che si trovava da otto anni in SVP fosse sensato proseguire con la somministrazione di trattamenti interpretabili come accanimento terapeutico e quindi lesivi della dignità della persona.

Nulla da fare: il 26 novembre 1999 la Corte d’appello ha respinto il ricorso di Englaro, sostenendo che l’alimentazione artificiale non è un atto terapeutico ma una semplice cura assistenziale, che come tale è sempre proporzionata e non deve essere interrotta anzitempo. E questo nonostante la sentenza sul caso Tony Bland e i pareri della British Medical Association e della American Academy of Neurology, favorevoli a riconoscere la natura sanitaria dell’alimentazione artificiale.

La corte non ha invece contestato il diritto da parte del tutore-padre di avanzare la richiesta di interruzione delle cure per conto della figlia incapace. E in questo modo, per la prima volta nel diritto italiano, si è riconosciuto anche agli incapaci il diritto al consenso informato. Commenta il giudice Amedeo Santosuosso su Bioetica e Il foro italiano: "Nella prospettiva aperta dai giudici milanesi ogni incapace, ove interdetto e munito di tutore, può avere tutela piena, e pari a quella dei capaci, dei suoi interessi e della sua dignità di fronte al potere, tanto benefico quanto pericoloso, della medicina. Si fa così un passo avanti sul piano della chiarezza, rendendo le norme sugli incapaci sempre più rispettose del principio che le ispira, cioè quello di superare le diversità attraverso l’integrazione della capacità".

Peccato che dopo il passo avanti la corte ne abbia fatto uno indietro, non riconoscendo la futilità di quel sondino nasogastrico che condanna Eluana a proseguire una vita senza coscienza e i suoi genitori a non elaborare un lutto che dura ormai da otto anni.

Luca Carra

  
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