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da Epidemiologia & prevenzione n. 2 (marzo-aprile 2000)

Campi elettromagnetici: la contesa infinita

tre protagonisti che animano la vicenda degli effetti sulla salute dei campi elettromagnetici tornano in scena quasi contemporaneamente. E, a quanto pare, continuano a parlare lingue diverse. Così, mentre due studi pubblicati su Lancet escludono l’esistenza di una relazione causale fra leucemia infantile ed esposizione ai campi elettromagnetici emessi dai tralicci, il Ministero dell’ambiente presenta lo schema di un decreto legge che mira ad abbassare le soglie di esposizione proprio per evitare i supposti effetti a lungo termine dovuti a queste emissioni, come la leucemia. E il magistrato Felice Casson, dopo aver esaminato le segnalazioni inviate dai cittadini su invito della stessa procura di Venezia, manda tre avvisi di garanzia ad altrettanti rappresentanti dell’Enel, ipotizzando omicidio, lesioni e disastro colposi, in relazione a una trentina di casi di tumore.

Sono solo gli ultimi atti di una controversia che si trascina ormai da venti anni. Sul terreno scivolosissimo dell’incertezza dei dati scientifici, che non permettevano di fare chiarezza, si sono affrontati ricercatori, media, gruppi di cittadini, giudici e legislatori.

Ma procediamo con ordine, dando la precedenza ai verdetti più recenti della ricerca scientifica.

I due studi provengono, rispettivamente, dalla Nuova Zelanda (Lancet 1999, 354: 1967-1969) e dal Regno Unito (Lancet 1999, 354: 1925-31). Il primo con poco più di cento casi di leucemia presi in considerazione, si inserisce nella letteratura scientifica senza troppo clamore, confermando una direzione che la ricerca ha già intrapreso da alcuni anni, che tende a escludere effetti importanti sulla salute dovuti all’esposizione ai campi elettromagnetici della frequenza di 50/60 hertz (quelli emessi dai tralicci). Gli attesissimi risultati dello UK Childhood Cancer Study (UKCCS) vanno invece considerati con maggiore attenzione. Infatti, in un lavoro durato una decina d’anni, i ricercatori hanno esaminato l’intera popolazione di Inghilterra, Galles e Scozia, includendo nello studio più di 2.200 minori di 14 anni, che hanno contratto la leucemia o altre forme tumorali all’inizio degli anni novanta, e confrontandoli con altrettanti controlli. Per verificare se l’esposizione ai campi elettromagnetici potesse essere all’origine della malattia - o meglio, per stabilire se i campi elettromagnetici possano avere svolto un ruolo nel promuovere un processo tumorale già in atto, visto che è ormai accettato che le radiazioni non ionizzanti non possono rappresentare la causa primaria del male - i ricercatori hanno esaminato l’esposizione cui erano stati sottoposti i bambini nei dodici mesi antecedenti alla diagnosi. Gli autori dello studio concludono: "Non abbiamo la prova che il campo magnetico associato all’uso e al rifornimento domestico di energia elettrica aumenti il rischio di leucemia infantile, tumori al cervello o altre forme tumorali infantili". Nell’editoriale di commento pubblicato sullo stesso numero della rivista che ospita le due ricerche, Michael Repacholi e Anders Ahlbom, rispettivamente dell’Organizzazione mondiale della sanità e del Karolinska Intitute svedese, osservano tuttavia che "sebbene lo UKCCS sia stato molto ben condotto e abbia preso in considerazione un campione molto numeroso, non è ancora lo studio conclusivo che molti scienziati attendono". Ai due commentatori, insomma, non bastano né la numerosità del campione, né la scrupolosità degli inglesi nel rendere ininfluenti i fattori che intralciano la corretta determinazione delle intensità cui sono stati esposti i soggetti in esame (difficoltà che negli anni passati ha suscitato discussioni accesissime e che ha messo in dubbio i risultati ottenuti da molte ricerche). E questo per almeno due ragioni, che possono essere estese anche allo studio neozelandese. La prima è che non sono stati presi in considerazione i cosiddetti transitori di corrente, che possono generarsi quando sono in funzione gli elettrodomestici, o dipendere da variazioni di carico temporanee della linea che distribuisce l’energia. I transitori provocano variazioni temporanee dell’intensità del campo elettromagnetico; e "nelle cellule, le correnti indotte da queste variazioni possono produrre segnali che superano il normale livello dovuto al rumore di fondo elettrico" chiariscono Repacholi e Ahlbom. La raccomandazione a considerare i transitori di corrente è contenuta in un rapporto che l’OMS ha pubblicato nel 1999, firmato dallo stesso Repacholi (Radiation Protection Dosimetry, 1999; 83: 1-194). La pecca ha quindi origini storiche, perché lo studio inglese è iniziato molto prima che l’OMS si pronunciasse. "Non capisco bene in senso di questa critica" commenta Paolo Vecchia, fisico dell’Istituto superiore di Sanità. "Di fatto, nessuno degli studi condotti in precedenza ha preso in considerazione queste correnti. L’osservazione quindi invaliderebbe tutte le ricerche svolte finora". Attualmente, in Giappone, è in corso uno studio finanziato dal National Institute of Environmental Studies nipponico, che sta esaminando 1.000 casi di leucemia e 500 casi di tumore al cervello, tenendo in considerazione le variazioni temporanee del campo elettromagnetico.

La seconda critica mossa da Ahlbom e Repacholi riguarda la bassa numerosità del campione per le esposizioni a intensità superiori a 0,2 microtesla, la soglia tradizionalmente presa in esame dagli studi di epidemiologia e al di sopra della quale, secondo alcuni, si riscontra un lieve aumento dei casi di leucemia e tumore al cervello. "Questa osservazione è più calzante della prima" osserva Pietro Comba, epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità. "Infatti, quando sono stati osservati, gli effetti del campo elettromagnetico si concentrano proprio sulle fasce di esposizione più alte, superiori a 0,5 microtesla. Bisogna però dire che la lacuna nello studio britannico non è un demerito dei ricercatori; nelle zone in cui è stato condotto lo studio, per la conformazione del territorio e per come sono strutturate le linee, le persone esposte a intensità elevate di campo elettromagnetico sono molto poche".

Nonostante le riserve, tuttavia, lo UKCCS fornisce risultati importanti, che non erano del tutto inattesi e che confermano le conclusioni cui sono giunti gli studi più recenti. Infatti, dopo le preoccupazioni suscitate dalle ricerche che, fra gli anni ottanta e gli anni novanta, sembravano dimostrare l’esistenza di una relazione causale fra esposizione ai campi elettromagnetici emessi dai tralicci e alcune forme tumorali, la risoluzione di alcune questioni metodologiche (come per esempio la determinazione delle intensità cui erano stati esposti i soggetti in esame) ha permesso di potenziare la lente di ingrandimento del metodo statistico. E gli studi più recenti smentiscono quelli iniziali. Dalla metà degli anni novanta iniziarono a essere pubblicati con frequenza sempre maggiore studi epidemiologici che smentivano le ipotesi sulla pericolosità dei campi elettromagnetici. Né, sul versante delle ricerche di laboratorio, si riusciva a individuare un meccanismo biologico che spiegasse la cancerogenicità di queste emissioni.

Allo stato attuale delle conoscenze, tenendo in considerazione la soglia di intensità di 0,2 microtesla, il rapporto congiunto ISS-ISPSEL del 29 gennaio 1998 stima che i casi di leucemia infantile dovuti ai campi elettromagnetici emessi dai cavi dell’alta tensione sono 2,5 all’anno, su tutto il territorio nazionale.

In questo contesto si inseriscono sia l’iniziativa del magistrato Felice Casson, sia la presentazione delle bozze del decreto legge da parte del Ministero dell’ambiente.

La vicenda veneta prende le mosse dalle proteste dei cittadini e dei comitati contro i campi elettromagnetici, particolarmente attivi in quella zona dell’Italia. Raccolte le informazioni preliminari, con una tecnica già sperimentata nell’inchiesta sulle morti bianche per il petrolchimico di Porto Marghera, il 10 settembre dello scorso anno la procura della repubblica di Venezia dirama un comunicato stampa: "Da qualche mese continuano ad arrivare a questo ufficio esposti, denunce e segnalazioni da parte di singole persone, di gruppi di privati e di enti pubblici relativamente ad asserite situazioni di pericolo per la pubblica incolumità a causa di campi elettromagnetici (...). Anche per questa indagine si appalesa necessaria la collaborazione dei cittadini, che dovrebbero segnalare a questo ufficio tutti i casi di leucemia, soprattutto infantile, i casi di ipersensibilità elettromagnetica e i tumori dell’encefalo, che abbiano avuto la sventura di rilevare, in riferimento a persone dimoranti in prossimità dei campi elettromagnetici suindicati, al fine di consentire l’approfondimento e l’esame più ampli e completi possibili. E ciò anche in attesa della prossima entrata in vigore della legge regionale 30 giugno 1993 nr.27". La legge cui fa riferimento il comunicato stampa, entrata in vigore all’inizio del 2000, impone che la popolazione non possa essere esposta a intensità di campo elettromagnetico superiori a 0,2 microtesla.

In poche settimane Casson riceve oltre 5.000 segnalazioni, che fa esaminare agli agenti di polizia giudiziaria (Corpo forestale dello stato, guardia di finanza di Marghera, ULSS di Rovigo e Arpav di Mestre). Vengono individuate trenta vittime (sette delle quali decedute), la cui malattia potrebbe essere collegata all’esposizione ai campi elettromagnetici emessi dai tralicci, e partono tre avvisi di garanzia, diretti a Edoardo Gambardella (direttore della società Terna di Padova che gestisce la trasmissione per il Triveneto), Domenico Cappellieri (direttore di Enel distribuzione), e Salvatore Machì (già responsabile nazionale della rete di trasmissioni e delle bonifiche). Per confermare le accuse Casson chiede una super perizia, che comprenda aspetti medico legali, epidemiologici, biologici, radiologici, tossicologici e ingegneristici sulla qualità degli impianti. "Non capisco il senso dell’iniziativa" commenta Paolo Vecchia. "La questione scientifica è aperta da decenni, non vedo come possa risolverla un’inchiesta della magistratura".

Nel comunicato stampa di settembre, si fa riferimento anche alla "grave carenza normativa in materia". Una critica che, per la verità, non è completamente giustificata, visti gli sforzi che il Ministero dell’ambiente sta attuando da almeno tre anni a questa parte. Di fatto, la legislazione italiana è fra le più restrittive al mondo. Inoltre, con le bozze dei decreti legge presentate alla fine dello scorso anno, i legislatori mostrano l’intenzione di voler tutelare la popolazione dagli effetti a lungo termine dell’esposizione ai campi elettromagnetici (la normativa vigente infatti, ponendo un limite per l’esposizione di 100 microtesla, tutela soltanto dagli effetti acuti). E il livello di attenzione proposto, di 0,5 microtesla, è dovuto al fatto che fra 0,2 e 0,5 microtesla gli studi epidemiologici dimostrano che l’aumento del rischio resta costante. Le critiche tuttavia non hanno tardato ad arrivare. Parte in causa, l’Enel ha sottolineato gli alti costi che sarebbero necessari per risanare il territorio nazionale (si parla di decine di migliaia miliardi). E questo aspetto viene sottolineato anche nella relazione con cui sottosegretario all’ambiente, Valerio Calzolaio, ha presentato la bozza del provvedimento legislativo, in cui si legge: "Prima dell’entrata in vigore dei decreti sarebbe opportuna una attenta valutazione del loro impatto economico e sociale". Tuttavia, osserva Comba, "sul nostro territorio le abitazioni in cui il campo elettromagnetico supera 0,5 microtesla a causa dei tralicci sono pochissime. Nella maggior parte dei casi sarebbe invece sufficiente intervenire sull’impianto elettrico dell’edificio, con costi relativamente bassi, per rientrare al di sotto della soglia di attenzione proposta".

Margherita Fronte

  
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