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Le antenne fanno male?

l telefonino frigge il cervello? Le antenne radiobase che campeggiano sui tetti dei condomini rendono sterili, fanno venire il mal di testa, incubano la leucemia?
Per l’Organizzazione mondiale della sanità non esistono per ora prove di un possibile danno cronico per la salute, anche se è ancora troppo presto per escluderlo definitivamente. Con un comunicato diffuso le scorse settimane, l’OMS cerca di rassicurare la popolazione, sempre più preoccupata per i possibili effetti sanitari di antenne, ripetitori e telefonini. Ma ci riesce solo a metà: non potendo dire un chiaro e sonoro "No" ai timori elettromagnetici, si diffonde sull’incertezza degli studi condotti finora e informa che nel 2003 si potrà dire qualcosa di definitivo. Per quell’anno, infatti, si dovrebbe concludere una grande indagine epidemiologica svolta dall’International Agency on Research on Cancer (IARC) di Lione che incrocerà i dati sui possessori dei cellulari con i casi di tumore al cervello, alla testa e al collo, che sono le parti più esposte alle microonde. Allo studio parteciperanno una decina di paesi tra cui l’Italia. Un’altra ricerca, che interesserà i paesi scandinavi, studierà invece la frequenza di leucemie e tumori alle ghiandole salivari nei possessori di telefonini.

Nel frattempo - spiega l’Organizzazione mondiale della sanità - vale la pena di prendere alcune misure precauzionali che non comportino costi eccessivi: come tenere ripetitori e antenne lontani da scuole e asili, usare il telefonino con microfono e auricolare e tenerlo discosto dal corpo. Queste misure - aggiunge sibillinamente l’Organizzazione con sede a Ginevra - non devono però essere raccomandate dalle autorità sanitarie nazionali sulla base di argomenti di tipo medico, ma per rispondere al "rischio percepito" dalla popolazione. Un modo come un altro per dire che il pericolo rappresentato dai cellulari e soprattutto delle antenne radiobase è molto improbabile, forse immaginario, o comunque tanto piccolo da essere insignificante. Ma che comunque, visto l’allarmismo montante su questo tema, è necessario prendere qualche precauzione.

L’angoscia, in effetti, non manca, e si è addirittura organizzata politicamente in comitati locali, attivi soprattutto contro gli elettrodotti e i ripetitori della telfonia mobile.

"Attualmente in Italia sono attivi più di 500 comitati contro l’elettrosmog" spiega Daniela Dussin, coordinatrice del Conacem, una delle organizzazioni più attive e determinate contro tralicci e antenne. La Dussin ha raccolto una documentazione eccezionale di certificati medici di persone che lamentano disturbi vivendo in prossimità di antenne Tim, Omnitel e Wind.

Qualche esempio: c’è il signor Alberto Chiostri, che a nome degli abitanti di Vigliano e Stagno, in provincia di Firenze lamenta casi di insonnia, alterazione dei cicli mestruali, cefalee, e febbriciattole inspiegabili. A febbraio il signor Chiostri ha minacciato di abbandonare la casa "tanto voluta e tanto amata", ma ormai infrequentabile a causa dell’antenna che incombe.

Pierluigi della Vigna di Pordenone, invece, non chiude occhio da quando, nel 1995, Omnitel ha installato un’antenna sul tetto del suo condominio. L’anno dopo, afflitto dall’insonnia, il signor Della Vigna ha cominciato a dormire fuori casa.

Che cambiare casa rappresenti la prova del nove della nocività delle antenne lo sostiene anche Alessandro Fabbretti, ingegnere di 42 anni residente a Zurigo, fino a quando vivere in quella città è diventato impossibile per colpa di una antenna posta nelle vicinanze. Sempre quelli i sintomi: disturbi del sonno, fischi alle orecchie, problemi alla vista e alla circolazione. Il Fabbretti, disperato, ripara a Roma, sua città d’origine, ma proprio non ce la fa. "In seguito a consigli (naturalmente ufficiosi) ricevuti dal ministero della sanità svizzero mi sono trasferito per tre settimane in montagna, in zona priva di campi, per disintossicarmi: i sintomi dopo una decina di giorni sono puntualmente spariti, per ricomparire appena sono tornato a lavorare in città" scrive Fabbretti in una lettera. Basta una settimana di lavoro a Zurigo per scatenare una forma di artrite ai piedi e alle mani, l’ingrossamento dei linfonodi e un attacco pseudoepilettico in piena notte. A lui, decisamente, il telefonino non sembra allungare la vita.

A Vicenza l’ipersensibilità alle antenne prende i tratti di un’epidemia in via Todeschini 65, dove ben 14 certificati medici di condomini denunciano mal di testa, insonnia, vuoti di memoria, crisi d’ansia assortite. E’ solo uno dei tanti episodi che spinge 57 medici vicentini, tra cui pediatri e oncologi dell’ospedale, a scrivere una lettera aperta alle autorità cittadine e regionali reclamando la minimizzazione dell’elettrosmog attraverso un "piano elettromagnetico" cittadino.

Vivere nei pressi di un’antenna radiobase è diventato un incubo, mentre stranamente non lo è sollazzarsi in conversazioni fiume al cellulare. E non c’è prova scientifica che tenga. Più volte tirato in causa dalle proteste, l’Istituto superiore di sanità esclude che ripetitori così poco potenti (dai 50 ai 100 watt per antenna, come una lampadina) possano produrre danni all’organismo di persone che abitano a decine di metri di distanza. Un recente studio dell’Agenzia per la protezione ambientale di Reggio Emilia ha mostrato come allontandandosi anche solo di otto-dieci metri dall’asse di massima irradiazione dell’impianto, il campo elettromagnetico sia di solito inferiore ai 2-3 volt/metro, un valore davvero molto basso, anche se superiore al fondo ambientale. Anche organizzazioni indipendenti come la Royal Society canadese e il Comitato scienza e tecnologia della House of Commons britannico hanno ribadito di recente che, se per telefonini, ripetitori radiotelevisivi e radar è bene che gli studi continuino, per le antenne radiobase non è davvero il caso di preoccuparsi.

I ripetitori televisivi e le stazioni radar, in effetti, sono molto più potenti delle antenne telefoniche e qualche preoccupazioni la destano anche nelle autorità sanitarie, soprattutto per il numero spropositato di istallazioni, che solo per le emittenti radiotelevisive ammontano a circa 60.000, anche questo un record mondiale. Con alcune concentrazioni in zone ad alto rischio elettromagnetico: è il caso di Monte Mario a Roma, dove nei pressi di una scuola elementare campeggiano ben 37 tralicci con 420 sistemi di trasmissione, e dove fino a qualche mese fa si registravano valori di campo intorno ai 40 volt/metro. Oggi, in attesa che l’area venga bonificata, associazioni quali Codacons, Alce, Greenpeace, WWF e "Bambini senza radiazioni" hanno ottenuto il ripristino dei valori di legge. Lo stesso è accaduto la scorsa estate a Torino, dove il pretore Raffaele Guariniello ha fatto chiudere un parco giochi sul colle della Maddalena per via delle radiazioni emesse dai ripetitori radiotelevisivi che svettano tra gli alberi della collina. Mentre alla procura di Venezia Felice Casson ha iniziato un’indagine, con tanto di imputazioni per omicidio colposo, per presunti "casi di ipersensibilità elettromagnetica e tumori all’encefalo in persone dimoranti in prossimità di campi elettromagnetici".

I pretori invocano il rispetto del decreto 381, entrato in vigore all’inizio dell’anno, che stabilisce un valore limite di esposizione di 20 volt/metro, che scende a 6 volt/metro in prossimità di scuole, ospedali e condomini.

Con questo decreto l’Italia ha adottato i valori più cautelativi esistenti al mondo: nessun altro paese, infatti, scende sotto i 40-20 volt/metro, considerati già sufficienti per evitare danni alla salute. Ma ai comitati antionde, e a molti comuni pressati dai cittadini, nemmeno queste precauzioni sembrano sufficienti. Secondo la responsabile nazionale elettrosmog dei Codacons Cristina Tabano, il decreto rischia di essere una grida manzoniana, perché non prevede controlli e soprattutto sanzioni per i trasgressori: "In alcune regioni italiane, per installare le antenne le società di telefonia mobile non devono nemmeno chiedere un’autorizzazione: basta un’autocertificazione. Inoltre nessuno sa veramente quanti sono oggi questi impianti, perché non esiste un censimento; e soprattutto nessuno può prevedere quanti diventeranno sull’onda dello sviluppo economico senza regole di questo settore". Lo stesso sottosegretario all’Ambiente Valerio Calzolaio, nel presentare a metà ottobre una sorta di manualetto di istruzioni per districarsi nella selva di unità di misure e tecnicismi del decreto 381, ha ammesso che "ci sono difficoltà e ritardi nel recepimento della direttiva. Sulla base del decreto, sono emersi ben 200 contenziosi tra Comuni e gestori di telefonia cellulare. Di tutte le Regioni" continua Calzolaio, "solo la Liguria e la Lombardia hanno messo mano alla pianificazione dei luoghi dove mettere le antenne, come viene previsto dal decreto".

Una pericolosa mancanza di pianificazione urbanistica e sanitaria viene messa in luce anche da Daniela Dussin dei Conacem, per cui i 6 volt/metro previsti dalla legge sono un valore di esposizione ancora troppo alto: "Dalle molte segnalazioni di disturbi che abbiamo cominciato a raccogliere in questi anni si può facilmente prevedere l’epidemia di disturbi neurologici, tumori e altre malattie che alla lunga provocherà questo inquinamento elettromagnetico. I valori limite stabiliti dalla legge, infatti, proteggono dagli effetti termici delle antenne (sopra una certa potenza, infatti, le microonde, aumentano la temperatura, ndr.), ma non da quelli cronici (non termici) che secondo alcuni studi potrebbero manifestarsi ad anni di distanza". La soluzione? Spostare le antenne in zone disabitate, anche a costo di rendere più difficoltoso il traffico telefonico dei cellulari.

Diversa la soluzione prospettata dai Comitati antenne Lombardia, un’associazione molto attiva che coordina l’attivismo antielettromagnetico a Milano, Monza, Como, Varese e altre città lombarde. Per il portavoce Isabella Tavazzi, la strada è quella delle cosiddette "microcelle", piccole antenne a potenza molto bassa (5-10 watt) da montare sui pali della luce e sui muri dei condomini. "Questa tecnologia viene già impiegata in città come Parigi, Barcellona e Tokyo, e consente di ridurre al minimo l’esposizione alle radiofrequenze" spiega Tavazzi, che propone anche di creare nelle città aree libere dalle onde – soprattutto dove ci sono asili e scuole inferiori –, sull’esempio dei "parchi no-elettrosmog" realizzati in California e Nuova Zelanda.

Soprattutto queste associazioni invitano i comitati locali a fare pressing sui sindaci, che in qualità di responsabili sanitari dei comuni hanno il potere di stabilire norme protezionistiche più severe di quelle nazionali. Una strategia seguita già da numerosi comuni: Roma, Genova e Monza, per esempio, hanno già stabilito regolamenti che vietano l’installazione di antenne a meno di 50 metri da scuole e ospedali.

Luca Carra

  
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