TBC dimenticata

ritratto di roberta villa

La notizia della settimana scorsa è la scoperta di un vaccino più efficace contro la tubercolosi. Ma in attesa che il nuovo approccio preventivo reso noto da Nature Medicine possa diventare una realtà concreta e accessibile a tutti, occorre confrontarsi con episodi come quello del contagio dei neonati ricoverati al Gemelli. Non è la normativa che manca. Le linee guida che raccomandano la sorveglianza del personale sanitario che opera nei reparti ospedalieri ci sono, e sono ben concepite. Eppure a Roma qualcosa non ha funzionato. Sono stati trascurati i controlli periodici? Nessuno sapeva della precedente positività ai test dell’infermiera o della malattia di suo marito? Oppure le sono state prescritte le cure del caso, ma nessuno ha verificato che siano state fatto o che abbiano funzionato, come di regola accade, secondo quanto ha denunciato recentemente il senatore Ignazio Marino? Solo l’inchiesta in corso risponderà a queste domande, ma c’è un quesito più banale da porsi, che purtroppo ha già anche una risposta. Perché l’infermiera fosse contagiosa occorreva che un’infezione latente si fosse riattivata. La donna non poteva trasmettere il bacillo a più di 100 bambini senza una tosse insistente durata, nel caso in questione, almeno sette mesi. In tutto questo periodo nessuno dei colleghi e dei medici con cui lavorava fianco a fianco si è interrogato sulla possibile origine del malessere dell’infermiera, nessuno si è insospettito, nessuno ha richiesto accertamenti. Perché alla tubercolosi, nonostante i richiami degli esperti, nessuno pensa più, nemmeno i medici. E’ questa la sua arma più potente, che solo con la formazione e l’informazione si potrà combattere.

pubblicato sull'Espresso del 22 settembre 2011