Non sarà una pandemia, però…

Se avessi avuto più coraggio, l’articolo che ho scritto sulle infezioni resistenti agli antibiotici, venerdì, sul sito del Corriere, avrebbe avuto un attacco diverso. Ero stata al palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea, dove si parlava del rischio proveniente da Grecia e Italia per l’economia del continente, e nella sessione immediatamente successiva di quello, esploso negli stessi Paesi, delle infezioni resistenti agli antibiotici.
C’era anche la tentazione di evocare la parola “pandemia”, che già in occasione di quella da H1N1 aveva creato tante polemiche, per cui temevo di essere accusata di eccessivo allarmismo. Ma quando l’altro giorno a Bruxelles ho intervistato Marc Sprenger, direttore dell’ECDC, il Centro europeo di controllo delle malattie, quel che più mi ha colpito è stata la sua risposta alla mia prima domanda: «Scusi, ma i dati che ci presentate significano che la pandemia è già qui, anche se a provocarla non è l’influenza?». «Sì» mi ha risposto con un tranquillo, inequivocabile «Yes». Sarò io che non mi sono fatta capire, ho pensato, e gli ho ripetuto la domanda con altre parole. La risposta? Di nuovo sì.
In effetti a parlare sono i numeri, pur con tutte le variabili e i distinguo che qui non è il caso di affrontare: la pandemia da H1N1 ha fatto in tutto il mondo circa 3.000 morti sicuramente attribuibili al virus; le infezioni da batteri resistenti agli antibiotici ne fanno circa 25.000 ogni anno solo in Europa.
E non sono solo anziani ricoverati in ospedale, persone già con un piede più di là che di qua, agonizzanti in rianimazione: le storie raccontate nel corso dell’incontro organizzato dalla Commissione europea parlano di persone in buone condizioni di salute. «Pensi a una giovane donna che affronta un parto cesareo» mi ha detto Sprenger. «Basta un catetere contaminato perché prenda una di queste infezioni».
Infezioni contro le quali abbiamo le armi spuntate e per le quali non c’è altro da fare che tentare il tutto per tutto ricorrendo a vecchi antibiotici usciti dall’uso comune perché troppo tossici. Qualche volta va bene, come nei casi scelti come esempio alla presentazione alla stampa, ma molte altre volte no.
Servono nuovi farmaci, certo, e occorre quindi rialimentare gli investimenti in questo senso, che negli ultimi anni sono stati in declino. E' stato proprio Richard Bergström, direttore generale dell’EFPIA, l’European Federation of Pharmaceutical Industries and Associations,a sottolineare però che il punto non è solo economico: «L’ostacolo è di natura scientifica» ha ribadito. «Ecco perché l’industria ha bisogno di collaborare con le strutture di ricerca pubbliche e private, come già si sta cominciando a fare con la Innovative Medicines Initiative, sostenuta dalla nostra organizzazione e dalla Commissione europea».
«Ma i farmaci da soli non bastano» ha ribattuto Sprenger. «Più ne metteremo a punto di nuovo, più i batteri escogiteranno nuovi trucchi per eluderli».
Accanto alla ricerca occorrono quindi altri provvedimenti. Prima di tutto, non c’è dubbio, combattere l’uso inappropriato degli antibiotici, per il quale l’Italia spicca al terzo posto sul podio insieme a Grecia e Francia. Mentre però altrove ci sono segni di riduzione del consumo, da noi -- nonostante la crisi economica imponesse di agire, se non altro per ridurre la spesa farmaceutica -- si prendono poco meno di 30 dosi al giorno (DDD, Defined Daily Doses) per 1000 abitanti, contro le 10 dosi, per fare un esempio, dell’Olanda.
Il messaggio è quindi sempre lo stesso: tutti noi dobbiamo evitare di ricorrere all’antibiotico per ogni raffreddore, contro il quale, tra l’altro, il medicinale è impotente. Anche i medici, tuttavia, devono fare la loro parte, evitando di pararsi le spalle con l’antibiotico «di copertura, perché non si sa mai».
Per quanto riguarda i farmacisti lo stesso Sprenger mi ha spiazzato chiedendomi a bruciapelo: «Ma è vero che da voi danno gli antibiotici anche senza ricetta?». Ebbene sì, è spesso vero che si chiude un occhio, e proprio recentemente io stessa mi sono arrabbiata quando un giovane scrupoloso si è rifiutato di darmi il medicinale per il quale avevo dimenticato la ricetta a casa.
Ma non è tutto qui. A Bruxelles si è molto sottolineato anche il ruolo degli allevatori e dei veterinari, che continuano a somministrare antibiotici agli animali per migliorarne la crescita, sebbene la pratica sia proibita in Europa dal 2006, un provvedimento che ha senza dubbio messo in difficoltà la produzione del Continente rispetto alla concorrenza di altri Paesi più permissivi.
Last, but not least, gli ospedali: è evidente che, per quanto queste infezioni ormai abbiano tranquillamente varcato le loro mura, è qui che il carico è maggiore ed è da qui che emergono le nuove resistenze.
In Inghilterra è stata fatta una campagna per invitare i pazienti a chiedere sfrontatamente agli operatori sanitari che si accingono a visitarli o a effettuare procedure su di loro: «Scusi, si è lavato le mani?».
Infatti ormai si sa che basta questa semplice ed economica accortezza da parte di medici e infermieri per abbattere i tassi di infezioni ospedaliere. Il personale si difende dicendo che la trascuratezza deriva soprattutto dai tagli all’organico che limitano il tempo a disposizione per occuparsi di tutte le incombenze, e probabilmente hanno anche ragione. Anche in questo, come al solito, ci vorrebbe lungimiranza da parte dei decisori: non ho gli strumenti per calcolare quanto costerebbero alle aziende ospedaliere tutti gli infermieri che mancano per un servizio efficiente e ben fatto, ma le infezioni resistenti agli antibiotici, da sole, costano in Europa un miliardo e mezzo di euro l’anno. E sono passati più di 150 anni da quando a Vienna Ignaz Semmelweiss, per primo, per evitare il flagello della sepsi puerperale, propose ai suoi colleghi semplicemente di lavarsi le mani.