Nasce la Slow Medicine

ritratto di roberto satolli

Mercoledi' 29 giugno, su iniziativa di Giorgio Berte e Andrea Gardini, si sono dati appuntamento a Ferrara una quarantina di medici, infermieri, giornalisti e altri intellettuali per fondare il movimento della Slow Medicine. Preparandomi ad andarci, mi sono ritrovato tra le mani un breve mio scritto comparso sul Corriere Salute nel giugno di tre anni fa, che riporto sotto, per chi è incuriosito.

 Cresce il bisogno di "slow medicine"

Un vigoroso uomo di 80 anni scopre di avere un cancro alla prostata. Il chirurgo lo vorrebbe operare subito, ma lui prende tempo, si consulta e alla fine decide per una cura ormonale, che non promette di eliminare su due piedi il malanno, ma non comporta i rischi immediati e lo stress dell' intervento chirurgico. Per scelte di questo genere, che si fanno tutti i giorni, è stato lanciato ora il termine azzeccato di "slow medicine", che mette bene a fuoco come si tratti di una diversa filosofia di cura, non di rinuncia. Ed è uno slogan vincente: negli Stati Uniti sta diventando un bestseller il libro dedicato alla slow medicine da Dennis McCullogh, medico di famiglia e geriatria al Dartmouth Institute, un vero pensatoio per un approccio più morbido e meno tecnologico alla salute. Il concetto è semplice e convincente, come quello di slow food coniato una ventina d' anni fa. Mentre per certa medicina iper-tecnologica e ospedaliera conta fare in fretta e soprattutto fare tutto quello che è possibile, senza mai arrendersi all' inevitabile e spesso senza fermarsi a pensare il senso di quello che si intraprende; per la slow medicine prendere tempo non è una perdita, puntare alla qualità della vita anziché a una improbabile guarigione è realismo, rinunciare a un esame sapendo già che non si farebbe comunque alcun intervento è il segreto per evitare guai peggiori dei possibili benefici. Come per la cucina, e al contrario del rock di Celentano, la lentezza in medicina è un valore che richiede più impegno e più studio rispetto al metodo "fast". Le corse in ospedale per l' improvviso aggravamento di un anziano la cui condizione è in realtà irreversibile servono spesso solo a far precipitare inutili sofferenze alla fine della vita. Grazie a mirabolanti progressi scientifici e tecnologici, la medicina degli ultimi anni è come una fiammeggiante Ferrari a cui ci siamo dimenticati di costruire i freni: a colpi di trapianti, riparazioni e rianimazioni raggiunge risultati spettacolari, ma non si ferma mai se non sbattendo contro il muro della morte. Una robusta iniezione di slow medicine può correggere questo difetto di progettazione, anche se in realtà non vi è nulla di nuovo: da tempo i medici di famiglia, gli infermieri e tutti coloro che seguono i malati vicini alla conclusione della vita sostengono questi concetti. Ma talvolta un solo slogan centrato può fare più di mille proclami. Termini astrusi e un po' sgradevoli, come "cure palliative" o "accanimento terapeutico", hanno più nociuto che giovato sinora alla causa della ragionevolezza, e non solo al termine della vita. Chissà che parlare di "slow medicine" non sia la giusta maniera per farci riflettere sul modo migliore di affrontare consapevolmente le scelte di salute, a tutte le età della vita.

Roberto Satolli

1 giugno 2008 - Corriere della Sera