Diseguaglianze favorevoli

ritratto di roberta villa

Qualche volta anche l’ignoranza paga. E’ la classica eccezione che conferma la regola secondo cui l’informazione fa salute e gli appartenenti alle fasce più colte e abbienti sono privilegiati proprio grazie alle loro maggiori conoscenze. Può però capitare il contrario, quando l’informazione tradisce il suo compito e trasmette messaggi sbagliati, da cui, di conseguenza, è meglio restare esclusi. L’esempio viene da uno studio pubblicato sul Journal of Health Economics, nel quale tre ricercatori che fanno capo alla Royal Holloway University of London hanno esaminato le conseguenze su famiglie diverse, per condizione socioeconomica e livello di istruzione, di una campagna di stampa basata su una notizia rivelatasi poi falsa.

La storia comincia alla fine degli anni novanta, quando il gastroenterologo londinese Andrew Wakefield segnalò su Lancet una dozzina di casi clinici in cui la vaccinazione combinata contro morbillo, parotite e rosolia, sembrava associata, almeno dal punto di vista temporale, alla comparsa di alterazioni dello sviluppo infantile nell’ambito dello spettro dei disturbi autistici. Fin da subito gli addetti ai lavori si resero conto della debolezza dei dati presentati, amplificati dai media ma smentiti da una mole di prove scientifiche e studi successivi. Sulla base di questa ricca documentazione, i massimi esperti mondiali affermarono all’unanimità nel 2003 che non c’era ragione di credere che il vaccino potesse rappresentare un pericolo per la salute pubblica.

Ma ormai il danno era fatto. I tassi di adesione alle campagne vaccinali erano precipitati, e non solo quelli relativi al prodotto incriminato, ma a tutte le vaccinazioni dell’infanzia. Per un effetto di sfiducia a catena, infatti, nei genitori aumentò la preoccupazione che i rischi della procedura potessero superare i benefici. Ciò, sebbene l’Organizzazione mondiale della sanità abbia calcolato che le vaccinazioni ogni anno nel mondo salvano circa tre milioni di vite.  

La responsabilità dei mezzi di informazione, in questo caso, è palese: mentre, di regola, la maggior parte dei genitori cerca informazioni sui vaccini dal proprio pediatra o da altro personale sanitario, nel caso dei possibili effetti collaterali del vaccino combinato su morbillo, parotite e rosolia, più di un terzo delle madri intervistate nel 2000 in Gran Bretagna ammise di aver tratto la maggior parte delle proprie conoscenze sull’argomento dai media, e in particolare dalla televisione.

I ricercatori inglesi hanno tracciato un grafico approssimativo del grado di copertura di questo tema da parte della BBC e dei quattro principali quotidiani d’oltre manica nel corso degli anni, in relazione alle segnalazioni del possibile rischio o della sua smentita; mentre i segnali di allarme, per quanto ingiustificati, trovarono sempre ampio spazio, altrettanto non si può dire delle rassicurazioni fondate su dati scientifici sicuri.

«L’adesione delle famiglie alla vaccinazione combinata, gratuita ma non obbligatoria, prevista in Gran Bretagna intorno ai 13 mesi di età, oscilla nel tempo seguendo l’andamento della copertura mediatica» spiega Dan Anderbergh, che ha coordinato la ricerca. «Mentre nel 1997 in nessuna delle zone considerate c’erano tassi di vaccinazione inferiori al 75 per cento -- anzi, la maggior parte aveva raggiunto o superato la soglia del 90 per cento -- nel 2003 la bufera mediatica li aveva abbassati praticamente ovunque al di sotto di questo livello, con ben 15 aree addirittura al di sotto del 75 per cento».

Esaminando i dati demografici relativi alle diverse zone, gli autori dello studio hanno scoperto che a determinare le differenze erano soprattutto il grado medio di istruzione e il reddito delle famiglie: «Laddove il livello culturale medio era più alto, il crollo della fiducia nel vaccino e, di conseguenza, della disponibilità a sottoporre alla profilassi i propri figli, è stato di circa il 10 per cento maggiore che in aree meno privilegiate. Il fenomeno è stato tanto marcato da capovolgere la differenza che di solito è di segno opposto, con un’adesione alle procedure che va di pari passo con il grado di scolarizzazione».

Negli ultimi mesi, poi, la vicenda ha avuto un’ulteriore, clamorosa svolta: l’anno scorso, la stessa rivista Lancet, che lo aveva pubblicato, ha ufficialmente ritrattato l'articolo e all’inizio di quest’anno, dalle pagine del British Medical Journal, è stata rivolta a Wakefield un'accusa ben più grave di quella di superficialità o di scarso rigore scientifico: pare infatti che il medico londinese abbia voluto trarre fama e denaro alterando in maniera fraudolenta i dati clinici presenti nelle cartelle e presentato come sani bambini che già prima di essere vaccinati avevano mostrato chiari problemi di sviluppo.

Ma neppure questa notizia ha convinto del tutto il pubblico: in un sondaggio condotto pochi giorni dopo negli Stati Uniti, solo poco più della metà dei 2.000 adulti intervistati si è sentita finalmente di dichiarare che il vaccino contro morbillo, parotite e rosolia non provoca l’autismo.

Roberta Villa

(pubblicato sul Sole 24 ore Sanità)